PROSTITUZIONE SACRA - "Le Ierodule e le Etere"


LA PROSTITUZIONE SACRA
​articolo di Gabriele Romano pubblicato su honosetvirtus.roma.it

Il sesso usato come rituale religioso nelle religioni antiche era assai diffuso tanto da portare alla formazione della pratica della prostituzione sacra e della figura della prostituta sacra, occasionalmente o stabilmente residente nel tempio al servizio della divinità e dei suoi fedeli. 

Originaria probabilmente delle zone orientali questa pratica si diffuse tra molti popoli antichi e la sua presenza è attestata da fonti scritte e archeologiche in una zona compresa tra l’India e l’area mediterranea. Sumeri, Armeni, Babilonesi, Ciprioti, Fenici, Lidi, Egizi, Greci ed Etruschi avevano rituali che comprendevano l’utilizzo di prostitute sacre, la cui condizione sociale poteva essere di schiave o donne libere

Le divinità che richiedevano la pratica della prostituzione sacra erano spesso, ma non solo, femminili e tra le principali ricordate dalle fonti compaiono Inanna, Isthar, Anhait, Astarte e Afrodite, dee assimilabili tra loro, conosciute tra i diversi popoli con questi nomi, e riconducibili ad una stessa funzione sacra, cioè quella di liberare le forze del sesso e del potere fecondante. Ed è proprio questa la funzione principale delle prostitute sacre, convogliare e sacralizzare queste potenti forze che caratterizzano la vita dell’uomo

Diverse erano le principali divinità tutelari della prostituzione sacra, spesso simili nella loro valenza sacra, ma indicate da nomi diversi a seconda dei popoli antichi, alle quali erano dedicati dei culti orgiastici. Per citare le più importanti si parte da Inanna/Isthar diffusa tra i Sumeri, conosciuta come figlia e serva del dio An, suprema divinità, poi indicata con il nome di Isthar dopo la conquista degli Accadi.  Anahit, di probabile origine mesopotamica, diffusa in tutta l’Asia Minore, e poi identificata dai Romani con Cibele. Presso i Fenici era invece onorata Astarte, identificata come Afrodite, e che era considerata dea dei naviganti perché identificata anche con la Stella che guida le rotte delle navi.

Le donne che “prestavano servizio” nei templi di queste divinità avevano, nella maggior parte dei casi, una buona considerazione, vista la loro funzione sacra. Da fonti antiche sappiamo che contrarre matrimonio con una di queste donne era considerato fattore di prestigio, soprattutto perché molte di loro durante il loro servizio si arric​c​hivano notevolmente

Così come assai ricchi erano i santuari che ospitavano la prostituzione sacra e che erano frequentatissimi perché spesso situati in posizione strategica sulle rotte commerciali caratterizzate dalla presenza di marinai e commercianti. E proprio per queste enormi ricchezze che contenevano spesso questi templi erano anche oggetto di attacchi e razzie da parte di popoli nemici.

Rilievo in terracotta con rappresentazione della dea Ishtar (XIX-XVIII secolo a.C.) British Museum, Londra

Molte sono le testimonianze dei luoghi in cui si praticava la prostituzione sacra
. In Mesopotamia conosciamo un santuario di Isthar dove si trovavano addirittura tre diverse categorie di prostitute, le vergini destinate soltanto alle divinità, le prostitute destinate al servizio dei fedeli e le prostitute “profane” che frequentavano il santuario solamente in occasione di alcune ricorrenze religiose particolari. Presso gli Armeni era uso invece una prostituzione prenuziale, dove si consacrava la verginità delle figlie di nobili famiglie alla divinità Anaitis facendole prostituire nel tempio prima di farle sposare. Anche in Egitto sono attestate queste pratiche religiose, infatti secondo Strabone nel santuario di Zeus a Tebe si offriva come concubina la più nobile e bella fanciulla della città, la quale doveva unirsi a chiunque lo richiedesse. Tra i Fenici e i Cartaginesi molto diffusa era la prostituzione sacra tanto che ancora nel III e IV secolo d.C. S. Agostino e Eusebio di Cesarea, condannandola, la ricordano come praticata in alcuni santuari. Secondo la tradizione sarebbe stata Didone ad introdurre tra il suo popolo la prostituzione sacra che aveva come luogo principale il tempio di Afrodite a Sicca Veneria (vicino Cartagine) ricordato da Valerio Massimo. Nell’ambito greco invece numerosi santuari erano caratterizzati dalle prostitute sacre e soprattutto a Corinto, centro molto importate di vie commerciali, dove sorgeva il santuario di Afrodite Pornè, frequentatissimo e di conseguenza ricchissimo. Secondo la testimonianza di Strabone qui vi erano più di mille ierodule (prostitute sacre), che, secondo la tradizione, con le loro preghiere avrebbero scongiurato l’invasione persiana. Queste prostitute godevano di tale considerazione che avevano dei posti riservati nel teatro, ed una di queste, di nome Laide, arrivata in Greca dalla Sicilia, posò come modella per il pittore Apelle. Altri santuari sono attestati a Cipro in Lidia e nella Ionia, dove la città di Abido, secondo la leggenda, sarebbe stata addirittura governata dalle etere (prostitute). 
Per Babilonia è testimone un passo di Erodoto (riportato di seguito) dove le donne almeno una volta nella vita dovevano prostituirsi ritualmente per denaro offerto da stranieri. Si conosce inoltre la pratica di uno hieros gamos (matrimonio sacro) nel santuario di Baal, principale divinità, durante la quale una donna prescelta si univa al dio in una stanza posta alla sommità del santuario.

Una testimonianza di Erodoto (I, 199) sui Babilonesi può aiutare a capire la considerazione che gli antichi avevano di queste pratiche religiosi incentrate sul sesso:
É obbligo che ogni donna del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro ad Afrodite, si unisca con uno straniero. Molte che disdegnano di andare mescolate alle altre, in quanto orgogliose della loro ricchezza, si fanno condurre al tempio da una pariglia su un carro coperto, e la se ne stanno, avendo dietro di sé numerosa servitù. 
Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perché mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno. Tra le donne si aprono dei passaggi, delimitati da corde e rivolti in tutte le direzioni, per i quali si aggirano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si asside in quel posto, non torna più a casa se prima qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia a lei congiunto all’interno del tempio. Nell’atto di gettare il denaro, egli deve pronunciare questa frase: «Invoco per te la dea Militta (Militta è il nome che gli Assiri danno ad Afrodite)
La quantità di denaro è quella che è. Non c’è da temere, infatti, che la donna lo rifiuti: non le è permesso, perché quel denaro diventa sacro. Essa segue il primo che glielo getta e non rifiuta nessuno. Dopo essersi data a quello, fatto un sacrificio espiatorio alla dea, se ne torna a casa, e da quel momento non potrai offrire mai tanto da poterla avere. Le donne che sono dotate di un bel viso e d’una figura slanciata se ne tornano presto. Quelle, invece, che sono brutte rimangono lungo tempo senza poter soddisfare la prescrizione di legge; alcune infatti, aspettano anche tre o quattro anni. Una consuetudine simile a questa si trova anche in alcuni luoghi dell’isola di Cipro.”

A questo punto una ulteriore precisazione deve essere fatta in merito alle forme tipiche di prostituzione sacra, visto che diverse erano le caratteristiche e le funzioni delle prostitute:
Si parla di Ierogamia, cioè di matrimonio o unione sacra, in occasione di un’unione rituale o mitica tra un dio e una dea o tra un dio e un umano. In Grecia questa pratica identificò l’unione tra un sovrano e la sacerdotessa di una divinità, quindi unione ideale sovrano-dea per la propiziazione della fertilità. 
Si parla di Ierodulìa (servitù sacra) come un servizio sessuale effettuato da serve sacre consacrate alla divinità. Le ierodule, quindi, oltre a prostituirsi nel tempio o nel santuario dovevano effettuare e accompagnare riti con musica e con danze
C’è infine la prostituzione apotropaica che ha caratteristica essenzialmente di scongiuro e veniva praticata in precedenza delle nozze di una giovane donna. Questa infatti consacrava la sua verginità alla dea congiungendosi nel tempio con un estraneo allo scopo di scacciare i pericoli nascosti nella vita matrimoniale.

Uomini con prostitute raffigurati su vaso (hydria) attico a figure rosse di V secolo a.C.

Anche nell’Italia antica la presenza delle prostitute sacre caratterizzava la vita di alcuni santuari, che spesso erano collegati alla fondazione di empori commerciali greci e fenici in cui i commercianti potevano ritrovare le proprie divinità tutelari. Così troviamo anche sulle nostre coste la presenza della greca Afrodite, nella Magna Grecia, e della fenicia Astarte, in Sardegna e in Sicilia, i culti delle quali si ritrovano anche tra gli Etruschi e tra le altre popolazioni italiche. Le caratteristiche tipiche dei santuari con prostituzione sacra rimangono le stesse conosciute per le precedenti zone e popolazioni, tra queste spicca su tutte quella della ricchezza, tanto che l’etrusca Pyrgi venne saccheggiata nel 384 a.C. da Dioniso I di Siracusa per la ricchezza del suo santuario, ed Erice fu razziata per lo stesso motivo da Amilcare. La ricchezza doveva essere tale che in alcune occasioni furono usate le risorse di questi santuari per riassestare città e territori dopo le devastazioni di nemici, come avvenne dopo il passaggio di Pirro a Locri e di Annibale a Rapino.

Uno dei santuari più celebri si trovava a Locri Epizefiri in Calabria. La città fondata tra VII e VII secolo a.C. da coloni locresi ospitava il tempio di Afrodite in prossimità del porto. Scavi qui effettuati hanno portato alla scoperta di una stoà (portico) a forma di U chiamata di Centocamere per la presenza di numerose stanzette e che è stata identificata come un lupanare. 
La presenza della prostituzione sacra a Locri è inoltre testimoniata dal ritrovamento di numerose statuette ex-voto rappresentanti donne nude e dalle “Tabelle Locresi”, su cui compare l’espressione che indica il prezzo delle prostitute. 

Vicino a questa struttura è stata ritrovata l’area del tempio di V secolo a.C. che andò a sostituire una struttura templare più antica di VII-VI secolo a.C. Alcune ricostruzioni fatte da studiosi indicano questo tempio di Afrodite come sede originaria del famoso Trono Ludovisi (datato al V secolo a.C.) scoperto a Roma nel 1887 nei terreni della Villa Ludovisi. La vicenda di questo capolavoro si può ricostruire in questo modo: nel 181 a.C. il console Lucio Porcio Licinio aveva costruito nei pressi della Porta Collina un tempio dedicato a Venere all’interno del quale fu conservato il “Trono Ludovisi” dopo essere stato preso dal tempio di Locri Epizefiri (o secondo altri dal tempio di Venere ad Erice). La sua funzione è ancora discussa, alcuni vogliono identificarlo come la decorazione del trono sul quale sedeva la statua della dea, altri come l’ornamento di un altare, o ancora come una sorta di parafuoco per proteggere chi svolgeva il sacrificio dalle fiamme. Originariamente, secondo una ulteriore l’ipotesi proposta da alcuni studiosi, questo elemento scultoreo doveva essere incastonato al centro del pavimento del tempio della dea a Locri, dove è stato trovato un taglio quadrato le cui misure sembrano corrispondere a quelle del trono. La particolarità di questo manufatto è dovuta alla presenza di tre rilievi scultorei, quello centrale, più grande, che raffigura tre figure femminili, due laterali che aiutano una terza donna ad uscire dalla terra o dal mare. Nei due pannelli laterali compaiono invece due figure femminili, sulla destra una donna seduta, velata, che sta svolgendo un sacrificio, mentre un’altra donna sul pannello sinistro, è nuda, seduta e sta suonando gli auloi. Questi rilievi presenti sul trono sono stati interpretati come tipici del culto di Venere-Afrodite: nel pannello centrale infatti si è soliti vedere la nascita della dea, mentre nei pannelli laterali si riconosce una sacerdotessa che sta bruciando incenso (elemento caratteristico dei sacrifici a questa divinità) e una ierodula/etera (la figura nuda) che suona gli strumenti a fiato. La funzione originaria del trono quindi potrebbe essere stata quella di pannello scenografico (paravento), al centro del tempio, dietro al quale una sacerdotessa, in particolari occasioni, rappresentava ritualmente la nascita della dea, accompagnata dal suono degli auloi delle prostitute sacre e con sacrifici d’incenso. 

I rilievi del Trono Ludovisi, V secolo a.C. Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, Roma.

Notizie di altri santuari con prostitute sacre le abbiamo poi nell’antica Cossyra (Pantelleria) dove sorgeva il tempio di Astarte e poi ad Erice dove la tradizione indicava in Enea il fondatore della città e del tempio di Venere, sua divina madre. Qui per secoli venne praticata la prostituzione sacra in quello che gli scrittori antichi indicavano come il tempio più bello di tutta la Sicilia. Il sontuoso santuario di Venere Ericina si trovava sul Monte Erice, ma oggi ne rimangono poche tracce consistenti nella piattaforma di base, in parte del recinto sacro e nel “Pozzo di Venere”, una fossa votiva

Ancora altri templi e santuari erano presenti in Sardegna a Cagliari, Tharros e Cuccureddus dove vicino al tempio sono state trovate delle stanzette che lasciano ipotizzare la presenza delle ierodule.

Nell’ambito dei popoli italici alcuni santuari con prostituzione sacra li troviamo nel territorio abruzzese e nella popolazione dei Peligni dove grazie ad una iscrizione di II-I secolo a.C. trovata su una tomba nel 1877 sappiamo della presenza di una “incaricata delle prostitute” (pristafalacirix in lingua peligna) quindi avente una carica religiosa che può essere connessa con la pratica della prostituzione sacra nella città di Corfinio. Presso il popolo dei Marrucini invece una testimonianza della presenza di prostitute sacre può leggersi nella Tabula Rapinensis, relativa alla città di Rapino, scoperta nel 1841 e databile al III secolo a.C. In questo testo secondo alcune interpretazioni sarebbe riportata una lex rogata che istituiva e regolamentava la prostituzione sacra.

Anche in Etruria, aperta alle influenze greche ed orientali, troviamo santuari emporici spesso caratterizzati dalla prostituzione sacra. A Gravisca, che fu porto di Tarquinia già dal VI secolo a.C., originato come emporio greco, si sviluppò il culto di Afrodite, conosciuta presso gli Etruschi con il nome di Turan. Qui erano presenti anche altri templi tra cui quello di Era e Demetra (in etrusco Uni e Vei) ed un importante culto di Adone. Dagli scavi dell’area di Gravisca provengono alcuni elementi come tavolette con raffigurazioni di donne nude e iscrizioni con epiteti riconducibili alle ierodule, che consentono di indicare la presenza di prostitute sacre. 

A Pyrgi, attuale Santa Severa, porto di Caere (Cerveteri), la ricchezza del santuario emporico era tale che portò Dioniso I di Siracusa a depredarlo nel 384 a.C. Qui nel V secolo a.C. venne ampliata l’originaria area sacra con la costruzione di un nuovo tempio, dedicato, secondo quanto indicato da Strabone, ad Ilizia-Leucotea (identificabili con Era-Mater Matuta) accanto al tempio più antico (di VI secolo a.C.) consacrato ad Uni-Astarte. Scavi in un sacello posto tra le due strutture templari hanno portato al ritrovamento nel 1964 delle famose lamine di Pyrgi, in oro, sulle quali compare un testo bilingue in fenicio ed etrusco. La prima lamina, scritta in fenicio, riporta una dedica ad Astarte, mentre sulle altre, in etrusco, viene riportata la fondazione di un culto e lo svolgimento di un rituale. Da autori antichi abbiamo inoltre notizia sulle scorte Pyrgiensia (prostitute di Pyrgi) e una prova archeologica di questa indicazione può essere vista nella presenza nell’area sacra di edificio con circa 20 camere con altari per i sacrifici nell’area antistante, molto simile alla stoà di Centocamere trovata a Locri Epizefiri, che poteva essere usato dalle ierodule per accogliere i fedeli.

Anche nel Lazio e a Roma abbiamo testimonianze di questa pratica religiosa. Da alcuni autori antichi sappiamo infatti che nella città di Curi, tra i Sabini, si consacrava al dio Quirino la più bella e nobile delle fanciulle della città che diventava danzatrice e prostituta del dio. É probabile che queste pratiche religiose venissero assorbite dai popoli indigeni attraverso l’influenza etrusca e greca. 

In ambito romano abbiamo alcune testimonianze che sembrano provare la presenza della prostituzione sacra a Roma. Attraverso l’analisi di alcune festività del calendario romano si è visto come precisi elementi cultuali possano identificarsi come riflesso di una antica pratica della prostituzione sacra. É il caso ad esempio della festa delle Nonae Caprotine che si celebrava il 7 luglio. Il nome di Nonae Caprotinae deriva dal fatto che le donne in quel giorno eseguissero un sacrificio a Iuno Caprotina sotto un albero di caprifico (fico selvatico). Il Racconto leggendario all’origine della festa narrava che dopo la ritirata dei Galli, che avevano invaso la città, Roma non si era ancora ripresa e rimaneva indifesa contro l’aggressione dei popoli vicini. Questi minacciavano guerra se i Romani non avessero consegnato tutte le loro donne. In questa situazione di pericolo una schiava, ricordata con il nome di Filotide o Tutula, escogitò un piano per salvare la città, e propose che con altre schiave la lasciassero andare dal nemico vestite come donne libere. Una volta nel campo nemico avrebbero fatto festeggiare i guerrieri fino a stordirli e solo a quel punto avrebbero lanciato un segnale ai soldati romani che sarebbero dovuti intervenire per distruggere i nemici. Il piano riuscì in pieno e le schiave furono liberate e ricompensate con una dote che permise loro di sposarsi, e inoltre da quel momento Roma istituì questa festa dedicata alle schiave chiamata anche ancillarum feriae (festa delle serve). Infatti in quel particolare giorno le schiave potevano vestirsi come donne libere e, insieme alle loro padrone, facevano un sacrificio alla dea sotto un albero di caprifico, albero sul quale, secondo la leggenda, Filotide si sarebbe arrampicata per dare il segnale ai soldati romani. Alcuni hanno voluto vedere in questa festività romana elementi caratteristici della prostituzione prenuziale nella quale la prostituzione appunto, oltre alla vittoria di Roma, portò queste serve al raggiungimento di una dote ed al successivo matrimonio

Ulteriori tracce di ierodulìa nella tradizione romana emergono inoltre dai racconti mitici che narrano di incontri sessuali tra donne e membri virili apparsi dal nulla, come nel caso della nascita del re Servio Tullio, frutto dell’unione della madre Ocrisia, schiava del re Tarquinio Prisco, con un fallo comparso tra le ceneri del focolare

Altre prove sono state viste poi nella festa di Anna Perenna che si svolgeva sulle rive del Tevere ed era caratterizzata da rituali orgiastici, nei Floralia in cui le prostitute si spogliavano ritualmente su richiesta dei partecipanti ed eseguivano sfrenate danze, e ancora nei Vinalia dedicati a Venere e svolti nel tempio di Porta Collina nel quale si portavano doni a Venere Ericina, e dove le donne, non quelle sposate o libere, venivano scelte dagli uomini. Durante la festa della Bona Dea si svolgevano invece vere e proprie orge rituali, che rappresentavano dei matrimoni sacri nei quali si prostituivano donne di nobili natali ed erano tenute in grande considerazione. 

Affresco con scena erotica dalla Casa dei Vettii di Pompei, I secolo d.C.

Ma una tradizione più delle altre sembra ricollegarsi all’antico costume della prostituzione sacra a Roma
e si tratta del racconto leggendario di Acca Larentia. Nella tradizione letteraria questa figura mitica non ha un’unica storia ma due diverse versioni che possiamo leggere nelle parole di Plutarco (Plut. Rom. 4):
“Secondo altri fu un equivoco sul nome della nutrice [di Romolo e Remo] ad avviare il racconto verso la favola, e precisamente il fatto che i Latini chiamavano lupa tanto le femmine dei lupi, quanto le donne prodighe delle loro grazie, quale la moglie di Faustolo, che allattò i due gemelli. Il vero nome di costei era Acca Larenzia, e i Romani fanno dei sacrifici in suo onore; ad aprile il sacerdote di Ares versa per lei delle libagioni durante una festa chiamata Larenzia.”

L’altra versione (Rom. 5), più articolata, parla di:
“Un’altra Larenzia si onora a Roma, per il seguente motivo. Pare che un giorno il sacrestano del tempio di Eracle, non sapendo cosa fare per passare il tempo, proponesse al dio una partita a dadi col patto che, se vinceva, gli avrebbe fatto una grossa grazia, se perdeva, egli gli avrebbe procurato un lauto pranzo e una bella donna con cui passare la notte. Con questa posta gettò i dadi, prima per Eracle e poi per sé. Beh, rimase battuto; ma aveva dato la parola e ritenne doveroso attenersi ai patti. Apparecchiò un pranzo per il dio e assoldò Larenzia, che, sebbene non fosse ancora famosa, era pure un fior di donna, la fece cenare nel tempio e dopo mangiato ve la rinchiuse, non senza aver apprestato il giaciglio, come se Eracle dovesse venire a goderla. Dice la storia che il dio venne davvero, abbracciò la donna e alla fine le comandò di recarsi la mattina per tempo al mercato e di salutare il primo uomo che incontrava, stringendo amicizia con lui. Così fece Larenzia. L’uomo incontrato al mercato era un cittadino anziano, che aveva messo da parte una discreta sostanza, senza figli come pure senza moglie, di nome Tarruzio. Egli si prese nel letto Larenzia e ne rimase tanto soddisfatto, da lasciarla alla sua morte erede di molti e grandi beni, che ella in gran parte donò poi per testamento al popolo, quando, famosa ormai e assai venerata per esser stata amata da un dio, disparve nel medesimo luogo dov’era sepolta la prima Larenzia.”
 
La seconda tradizione riportata da Plutarco lascia ipotizzare, attraverso il racconto mitico, la presenza a Roma della prostituzione sacra, connessa al culto di Ercole che sappiamo essere identificato con il fenicio Melqart nel santuario emporico sorto probabilmente già prima della fondazione di Roma stessa in prossimità del guado del Tevere, dove passavano le via commerciali che dalle saline alla foce del fiume proseguivano verso l’entroterra, e dove sorgeranno l’Ara Massima di Ercole e il Foro Boario. Nel racconto compaiono altri elementi importanti che consentono di decodificare la verità inserita nella leggenda, come il gioco dei dadi con la divinità che è riconducibile ad antiche pratiche divinatorie praticate in Oriente, oppure la cena preparata per il dio che trova riscontro nei rituali per l’Ercole italico venerato dai commercianti, e infine, l’unione sessuale tra dio e prostituta che è chiara prova della prostituzione sacra. Da altri autori antichi come Macrobio e Aulo Gellio sappiamo inoltre che Larenzia era indicata come nobilissimum scortum, cioè nobilissima prostituta che divenne ricchissima con il suo esercizio. É probabile che il titolo di nobilissima attribuito a Larenzia possa derivare dall’aspetto sacrale della sua funzione. Anche il matrimonio rispettabile alla fine del suo servizio sacro rientra nelle caratteristiche tipiche della prostituzione sacra già evidenziate in precedenza per altre aree geografiche, e sembra inoltre rimandare a quella prostituzione prenuziale diffusa in altri popoli antichi. Elementi chiave appaiono poi il contesto del santuario emporico con frequentazioni greche-orientali e l’influsso etrusco indicato dalla figura di Tarutius, componenti che contestualizzano ancora più chiaramente le influenze culturali che portarono anche in ambiente romano allo sviluppo della pratica della prostituzione sacra.


Ostia Antica 4° Percorso


L'articolo di Valeria Scuderi usa in parte le descrizioni e le foto tratte dai Viaggi di Raffaella e da Ostia Antica on Line 

ITINERARIO
Durante questo itinerario visiteremo le costruzioni che affacciano sul Decumano Massimo che dal Bivio del Castrum si dirige verso Porta Marina, lasciandoci alle spalle il Macellum. 
Superata Porta Marina vireremo in direzione sud-ovest fino a raggiungere la Sinagoga, punto finale del nostro itinerario.

Decumano Massimo verso Porta Marina

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Al Bivio di Castrum, all'angolo fra il Decumano Massimo e Via della Foce è un caseggiato dell'epoca di Marco Aurelio e  delle botteghe. Ognuno di questi negozi aveva nel retro bottega una scala e una latrina, tranne quello d'angolo tra le due vie che presentava una scala esterna.

La parte nord del caseggiato costeggia gli ambienti delle Terme della Basilica Cristiana.

scala esterna (al Bivio di Castrum) accanto al negozio d'angolo del caseggiato


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Sul lato opposto del Decumano accanto alle Tabernae dei Pescivendoli si trova un'insula di epoca adrianea, con botteghe che affacciano sul Decumano Massimo e sul Vicolo del Dioniso, un vicolo lastricato chiuso che l'attraversa centralmente da nord verso sud.

resti dell'insula adrianea


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Tornati sul Decumano sul lato destro segue è la Basilica Cristiana.

Basilica Cristiana

La Basilica Cristiana fu scoperta e scavata nel 1939, da Guido Calza, il quale trovò una struttura tardoantica (opus vittatum, opus latericium, muratura in macerie), costruita sopra e sopra strutture traianiche preesistenti (opus latericium e opus mixtum).

Questo edificio venne costruito nel IV secolo d.C. su e in alcune strutture di età traianea: una fila di botteghe, una strada che collegava Via della Foce con il Decumano Massimo, alcuni ambienti delle cosiddette e adiacenti Terme della Basilica Cristiana, un piccolo caseggiato con cortile.

Anche se in passato venne identificata come una basilica cristiana, in seguito a nuove iscrizioni ritrovate, oggi si pensa possa trattarsi di un ninfeo trasformato in una scuola per catecumeni, o forse la sede di una setta cristiana (come ad esempio gli Ariani) che oggi ​consideriamo come eretica. 

Recenti indagini archeologiche avrebbero identificato un edificio che potrebbe essere una chiesa di epoca Costantiniana, questo edificio non è ancora stato scavato e si troverebbe  a circa metà strada fra porta Romana e Porta Laurentina. Per leggere del ritrovamento CLICCA QUI.

L'edificio lungo e stretto di pianta irregolare, è composto da due navate absidate separate da 4 colonne e una porta.

Un vestibolo conduce alla navata principale, affiancata a nord-est da tre cappelle. Queste stanze originariamente facevano parte delle terme a nord-est: avevano pavimenti sopraelevati, suspensurae. All'ingresso di ogni cappella ci sono due colonne e una soglia in travertino. Su una delle colonne della sala F c'è l'iscrizione: VOLVSIANI V (ir) C (larissimus)
La colonna proviene dal deposito dei marmi nell'edificio adiacente, il Tempio dei Fabri Navales, dove lo stesso testo è stato trovato su più colonne. Questo Volusiano visse nel IV o all'inizio del V secolo d.C.

La zona absidata della navata principale è ad un livello più basso ed ha due nicchie semicircolari per statue.

Sul lato nord-est dell'abside vi è una piccola stanza anch'essa absidata, preceduta da gradini, fiancheggiata da altre due stanze.

Anche la seconda navata è raggiungibile dal Decumano Massimo.
La navata minore termina anch'essa con una sala absidata, con cinque nicchie nel muro, provvista ognuna di una bacinella e di un foro nella parete dal quale usciva acqua (probabilmente un ninfeo). Lungo la parete absidata era una lunga vasca per la raccolta dell'acqua.

A sud-ovest della navata minore si può accedere ad un ambiente appartenuto all'adiacente caseggiato.

Nella navata di sinistra, su di un'architrave è possibile vedere un'iscrizione dei nomi dei quattro fiumi del paradiso terrestre. Due colonne, che sorreggono un'architrave con iscrizione, precedono la zona absidata della navata minore. L'iscrizione riporta i nomi dei quattro fiumi paradisiaci (Geon, Fison, Tigri ed Eufrate).

L'architrave è stato trovato da Calza vicino all'edificio. Calza notò che l'architrave calzava perfettamente posizionandola fra i due pilastri della pergula divisoria dello spazio liturgico del coro da quello della navata.

È composto da due blocchi di marmo e ha una lunghezza totale di 3,85. Uno dei blocchi era stato utilizzato come soglia
Sono state lette tracce di una singola riga, contenente nomi: [---] S ALEXANDER [---] AMMIVS [---] IGENIVS [---] V C [---] STINIANVS 
Sul lato prospiciente la sala E c'è un'iscrizione, che Calza lesse e comprese come segue: IN XP GEON FISON TIGRIS EVFRATA (ramo di palma) {TI} CRI [ST] IANORVM SVMITE FONTES (foglia).
Calza suggerisce che le prime due lettere della seconda riga sono un errore e dovrebbero essere trascurate.  



Basilica Cristiana, colonne che dividono le due navate della Basilica Cristiana

colonne che separano le due zone absidate delle due navate della Basilica Cristiana

le tre cappelle della Basilica Cristiana
colonna con la scritta VOLVSIANI V C

zona absidata con nicchie della navata principale


nicchie dell'abside della navata minore della Basilica Cristiana (ninfeo)

colonne con architrave iscritta che separano la navata minore dalla sua zona absidata
iscrizione (poco leggibile!) sull'architrave della Basilica Cristiana

mensa ponderaria ritrovata nella Basilica Cristiana

Una mensa ponderaria (una lastra con cavità per verificare la conformità ai pesi standard) 
è stata qui ritrovata. 
La mensa ponderaria ​era uno strumento necessario a garantire la correttezza degli scambi perchè aiutava a convertire le diverse unità di misura dei commercianti provenienti da diversi angoli dell'impero nelle unità di misura valide a ​Roma
A questo scopo fu realizzata una tavola di pietra con diverse cavità dove venivano conservate le unità di peso da applicare
Le operazioni venivano svolte alla presenza di magistrati per evitare abusi e truffe.


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Le adiacenti Terme della Basilica Cristiana furono costruite in epoca traianea.

ambienti e negozio della Terme della Basilica Cristiana

Affacciano sul Decumano Massimo sono quattro negozi che fanno parte del lato meridionale dell'edificio.

corridoio d'ingresso alle Terme della Basilica

L'ingresso era posto su Via della Foce, seguito da un lungo corridoio che permetteva di accedere ad una palestra, dietro la quale vi era un ambiente con panchine.

palestra delle Terme della Basilica
ambiente con panchine adiacente alla palestra delle Terme della Basilica

Gli ambienti della parte ovest dell'edificio, divenuti poi parte della Basilica Cristiana, circondavano una sala con bacino con nicchie semicircolari esterne in marmo.

bacino con nicchie in un'ambiente della zona ovest delle Terme della Basilica

Oggi in questa sala (che si può vedere dalla Basilica Cristiana), è stata posta la statua della Fortuna, ritrovata negli scavi della basilica.

statua della Fortuna ritrovata nella Basilica Cristiana (oggi in una sala delle Terme della Basilica Cristiana) - a destra della statua il frigidarium delle Terme della Basilica
vasca absidata della sala con bacino

Nella zona est vi era il frigidarium con grande vasca e pavimento a mosaico con Nereidi ed un amorino.

ambienti del prefurnio delle Terme della Basilica

La cappella laterale centrale della Basilica Cristiana era una camera riscaldata delle terme.

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Accanto alla così detta Basilica Cristiana si trova il Tempio dei Fabri Navales.

Tempio dei Fabbri Navali 

Il tempio dei carpentieri navali (la cui sede sociale era probabilmente nell'antistante Schola di Traiano), fu costruito durante i regni di Marco Aurelio e di Commodo sopra una fullonica (tintoria) che era composta da due cortili (uno dietro e l'altro sotto il tempio), circondati da camere.

L'edificio del tempio si raggiungeva tramite un corridoio tra due negozi.
 Costituito da un cortile rettangolare, circondato da un portico pilastrato, alla fine del quale c'è il tempio. 
Un mosaico con nave, che hanno fatto pensare alla gilda dei fabri navales.
In un angolo del cortile, è conservata la base di una statua, con sopra un'iscrizione "P. Martius Philippus", patrono dei fabri navales. Presso il cortile sono state rinvenute cataste di colonne e capitelli, forse a testimoniare l'utilizzo di questo, nel tardo impero, come deposito di marmi.
Precede il tempio un cortile porticato con pilastri in mattoni.
Il lato del portico più prossimo all'ingresso è più ampio e per questo ha due pilastri aggiuntivi.
Nel cortile vi era un bacino rettangolare.
Il tempio si ergeva su di un alto podio e si raggiungeva tramite una scala in marmo.
Dietro il tempio vi era una zona affiancata da portici (forse per le riunioni).
Sono stati trovati nel cortile 47 colonne, 20 basi e molti capitelli non finiti, di marmo greco
Alcune colonne hanno inciso il nome di C.Ceionius Rufus Volusianus Lampadius, prefetto dell'Urbe o suo nipote, prefetto del pretorio.
Volusianus forse ha abitato nella Domus dei Dioscuri e aveva tra i suoi progetti la costruzione della Basilica Cristiana adiacente a questo tempio.



ingresso al Tempio dei Fabri Navales
Tempio dei Fabri Navales


iscrizione dedicata a P.Martius Philippus
cortile del Tempio dei Fabri Navales (visto dal podio del tempio)
scala d'accesso al Tempio dei Fabri Navales
camera sotto il podio del tempio
colonne depositate nel cortile del Tempio dei Fabri Navales

basi e colonne depositate nel cortile del Tempio dei Fabri Navales
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Schola del Traiano
Nata nel II sec. d.C., sopra precedenti domus, era la sede del collegio dei fabri navales,una importante corporazione di Ostia, che comprendeva costruttori di navi, armatori e carpentieri e deteneva il controllo della flotta mercantile. 

Preceduto da un'esedra semicircolare pavimentata in marmo, un tempo decorata con quattro colonne in marmo (ne rimane oggi solo una in sito) e due nicchie-fontane semicircolari. Dietro la schola c'è l'Angiportico delle Tabernae Finestrate.

All'interno della schola fu rinvenuta statua loricata dell'imperatore Traianovenerato dalla corporazione, per il beneficio ottenuto dalla sua opera di ampliamento del porto e dei canali navali

Pavimento di marmo e originariamente ornata di statue e colonne; internamente un ampio cortile, al centro del quale c'è una lunga vasca con delle nicchiette interne; in fondo una sala centrale con ingresso colonnato e un mosaico in bianco e nero che raffigura geni alati e animali. 

Sul lato sinistro del cortile, è possibile osservare un breve tratto della domus del I sec. a.C., di cui è visibile il pavimento in mosaico con composizione geometrica.



1. Sala della statua di Traiano
2. Resti della Domus del I sec. a.C.



esedra d'ingresso della Schola del Traiano

L'edificio, costruito durante il regno di Antonino Pio (II secolo d.C.), fu costruito nello spazio precedentemente occupato da due domus: la Domus dei Bucrani (I secolo a.C.) e la Domus del Peristilio (I/II secolo d.C.). 

Tramite l'esedra d'ingresso, affiancata da botteghe e da una scala, si accedeva ad un vestibolo che presentava sul lato sud due colonne di marmo, il passaggio verso un grande peristilio.

vestibolo e una colonna dell'accesso al peristilio
Il vestibolo era fiancheggiato da camere simmetriche sui due lati, di cui 2 presentano pavimenti riscaldatiErano qui presenti anche scale che conducevano al primo piano o alle cantine.

ambienti adiacenti al vestibolo della Schola del Traiano
Nell'ambiente sotto ad una camera orientale di questa zona è stata trovata la statua di Traiano che ha dato il nome all'edificio.

Traiano loricato (dalla Schola del Traiano - Museo Ostiense)
Qui i pavimenti erano in opus sectile, e le pareti ricoperte in marmo o stuccate in gesso.

Il peristilio (19,50X36m) era circondato in origine da un portico con colonne in mattoni intonacati e basi e capitelli in marmo. 
Al centro vi era una lunga vasca con nicchie semicircolari.

Le stanze della zona sud furono aggiunte nel III secolo d.C. facendo sparire parte del peristilio.

peristilio della Schola del Traiano visto dall'angolo sud-ovest
zona centrale del peristilio con vasca della Schola del Traiano
particolare di una colonna intonacata del peristilio

ambienti della zona meridionale della Schola del Traiano
La sala principale, una sala da pranzo, è preceduta da due colonne a spirale. Sul fondo della sala c'è una una nicchia semicircolare.

la sala da pranzo della Schola del Traiano
I pavimenti di quest'area sono in mosaico bianco e nero a motivi geometrici, con animali o amorini. Le pareti erano rivestite in marmo o in gesso che imitava con le pitture il marmo.

La sala è affiancata da camere più piccole, da una scala e da una latrina a quattro posti.

lato sud-occidentale della Schola del Traiano con latrina
latrina a quattro posti della Schola del Traiano

Nel lato orientale del cortile è stato ricostruito un tratto del peristilio pavimentato con mosaico geometrico a piccole tessere della domus del I secolo a.C.

peristilio della domus del I secolo a.C.
pavimento a mosaico del portico della domus del I secolo a.C.
Lottatori (dalla Schola del Traiano - Museo Ostiense)

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Ritornati sul Decumano Massimo troviamo le Terme delle Sei Colonne, con botteghe di epoca traianea che fronteggiano la strada.


Terme delle Sei Colonnee (viste da sud)

 Una di queste botteghe era un "bar", vicino al quale vi era una latrina.

latrina delle Terme delle Sei Colonne

Un corridoio posto tra le botteghe conduceva all'interno delle terme e al loro cortile colonnato con sei colonne (da qui il nome dei bagni), che ha sostituito la palestra.

cortile delle Terme delle Sei Colonne (visto da sud)

Le vasche del frigidarium si trovano nell'area sud-orientale.

vasca del frigidarium dell Terme delle Sei Colonne

Nell'area sud-occidentale trovava posto invece il calidarium
strutture di riscaldamento nel muro del calidarium
calidarium delle Terme delle Sei Colonne
forno di alimenazione del riscaldamento per il calidarium delle Terme delle Sei Colonne

Una noria (ruota idraulica) era posta nella zona nord-occidentale.
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A sud delle Terme delle Sei Colonne, si trova una piccola insula, un edificio ad uso commerciale il cui ingresso avveniva da sud tramite un arco in mattoni di epoca adrianea, appartenuto ad un altro edificio. L'edificio aveva anche un'apertura sul lato est con il Cortile del Dioniso.
Nella parete di fondo venne creata una nicchia quadrata arcuata.Nell'edificio vi erano, divise da un corridoio centrale, sei camere.

arco a sud dell'insula

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Nella sala sud-orientale ​dell'insula ​venne istallato nel I secolo d.C. il Mitreo delle Sette Porte. (aprono solo in alcune occasioni speciali).
Nella parete di fondo venne creata una nicchia quadrata arcuata.
Davanti vi è un altare in muratura intonacato di bianco.
I podia vennero ricoperti da mosaico.
Nella parte verticale di questi, a metà del mitreo, vi erano due nicchie con piccolo altare di marmo.
In una di queste nicchie è stato trovato un vaso in terracotta contenente ossa di coniglio e di pollo.
Sopra i podia le pareti sono affrescate con un giardino, mentre la parete dietro l'altare è dipinta in blu con macchie rosse.
Sul mosaico in bianco e nero del pavimento tra i podia è rappresentato un cancello centrale con colonne che sostengono un arco con merli e pinnacoli, e dl quale pende un oscillum.​ ​Su ogni lato del cancello vi sono tre porte. 
Le sette porte rappresentano le sette sfere planetarie attraverso cui passavano le anime degli iniziati al culto di Mitra.
Sempre sul pavimento a mosaico sono stati raffigurati i pianeti Giove e Saturno, un cratere, un serpente che esce da una roccia, e un uccello con un fulmine.
Nel pavimento del mitreo vi è un vaso in terracotta affiancato da lastre quadrate di marmo perforate da una fistula in piombo.    
Nella nicchia sarà stato rappresentato il Sole.
Lungo i podia sono invece raffigurati quattro pianeti: Mercurio, Marte, Venere Anadiomene e la Luna.
Motivi floreali sono rappresentati sia sul lato verticale che su quello orizzontale dei podia.
Sui pilastrini di testa dei podia, erano rappresentati (oggi quasi scomparsi), Cautes e Cautopates.

le "sette porte" del mosaico del Mitreo delle Sette Porte

rappresentazione di Venere Anadiomene sul mosaico del podium

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Lasciamo il decumano per svoltare a destra nel Cardo degli Aurighi, sulla sinistra di questa via affacciano una serie di caseggiati, e domus affrescate (le cosiddette domus dipinte, che aprono solo in alcuni periodi dell'anno al pubblico). Tutte queste costruzioni abitative fanno parte di quell'esempio di pianificazione razionale dell'architettura residenziale del II secolo d.C. che sono le cosiddette Case Giardino.
L'ingresso principale delle Case Giardino era posto tra la Domus dei Dioscuri e l'Insula delle Pareti Gialle (che visiteremo quando torneremo sul Decumano Massimo) ma vi erano lungo il perimetro altri passaggi ed ingressi.





Le prime due domus poste a destra del cardo degli aurighi sono la Domus del Decumano e la Domus di Marte.
La Domus di Marte, costruzione ad un solo piano di epoca adrianea. S'affacciano sul Decumano Massimo tre negozi appartenenti all'edificio, mentre l'ingresso principale della domus si apre sul Cardo degli Aurighi, insieme ad altri due negozi.

Davanti ai negozi del Decumano Massimo vennero poi eretti dei pilastri.
Due negozi erano in collegamento con il vestibolo della domusIl vestibolo conduce ad un cortile sul quale s'affacciano due sale, un tempo rivestite in marmo.

negozi e ingresso della Domus di Marte


nicchie di un negozio della Domus di Marte affacciato su Via degli Aurighi


cortile della Domus di Marte
Nel cortile è stato ritrovato un altare dedicato a Marte Augusto, e probabilmente questo edificio è stato la sede di una gilda.

altare dedicato a Marte Augusto nella Domus di Marte
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La costruzione accanto alla Domus di Marte è  chiamata la Domus del Decumano.

ingresso  e sarcofago/fontana della Domus del Decumano
Questa domus si è istallata nel IV secolo d.C. in negozi con retrobottega costruiti nel III secolo d.C. e aventi un  portico antistante.
L'ingresso della domus avviene attraverso un'apertura dell'ex portico.

Nel portico vi è un sarcofago con foro, usato come vasca o fontana.

Un corridoio, che passa attraverso gli ex negozi e le loro retrobotteghe, conduce ad una sala dove vi è un bacino ricoperto in marmo.

bacino della Domus del Decumano
Da questa sala, tramite tre gradini, si accede ad un'altra sala rivestita in marmo e preceduta da due colonne.

sala con colonne d'ingresso della Domus del Decumano - una colonna è quasi totalmente nascosta dalla vegetazione!
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Lasciamo il cardo degli Aurighi (abbiamo già visitato durante il 3° percorso il caseggiato degli aurighi) per svoltare a sinistra in via delle Volte Dipinte su cui affacciano 2 insule appartenenti al complesso delle Case Giiardino, sono l'insula delle Volte Dipinte e l'Insula delle Muse.

Via delle Volte Dipinte: Insula delle Muse (a sinistra) e Insula delle Volte Dipinte (a destra)
Insula delle Muse di epoca Adrianea (apre solo in alcuni periodi dell'anno). 
L'edificio, una dimora d'elite, fu realizzato intorno al 128 d.C.
Con cortile porticato, una soluzione, ad Ostia, utilizzata per grandi caseggiati popolari a più piani, ma in questo caso si tratta di un'abitazione signorile, non più alta di un piano, abitata da una famiglia della ricca borghesia.
Per gli affreschi presenti nelle varie stanze, è stato tenuto conto della diversa esposizione alla luce: più luce colori più scuri, meno luce colori più chiari.

Addentrandosi nella casa, percorrendo il corridoio, nel susseguirsi di stanze, c'è un piccolo salotto decorato con affreschi raffiguranti Apollo e le muse (un importante esempio di come, pur essendo andata distrutta Pompei già da molti anni, l'architettura scenografica che lì regnava, continuò ad esistere, seppur in misura minore).

Più avanti il grande ambiente del triclinio, abbellito da pitture murarie, raffiguranti pilastri, colonne, finestre e porte aperte, da cui sembrano entrare ed uscire piccole figure di donna. La stanza più vasta, ricorda il vano importante e solenne delle domus pompeiane, con graffiti, che tra gli altri soggetti, riproducono la colonna Traiana

Percorso di visita:
Corre lungo la facciata un marciapiede delimitato da travertino, e sul quale affacciano due botteghe indipendenti.
L'ingresso dell'abitazione si trova su Via delle Volte Dipinte, davanti all'omonima insula.
La porta d'ingresso, che introduceva nel vestibolo, è affiancata da lesene in mattoni che sorreggevano una trabeazione andata perduta.

L'ambiente a nord del vestibolo era una cucina con bacino.
Dall'altro fianco del vestibolo vi era una scala interna per accedere al piano superiore.

Gli ambienti dell'insula, con raffinate decorazioni parietali e pavimentali, gravitano intorno ad un cortile centrale porticato.
Le nove Muse dipinte sulle pareti di una sala della zona nord-est dell'edificio, hanno dato il nome all'insula.
Anche le altre sale hanno pareti con raffigurazioni pittoriche di figure mitologiche ed elementi architettonici.

I mosaici dell'insula sono a disegni geometrici bianchi e neri.

cucina dell'Insula delle Muse
cortile porticato dell'Insula delle Muse

Muse dipinte in una sala dell'Insula delle Muse

Insulae delle Volte Dipinte
Il primo caseggiato posto sulla sinistra della strada è l' Insula delle Volte Dipinte  (visitabile solo in esterno). Anche questa di epoca adrianea, fu restaurata più volte; molto singolare, per quel tempo, la planimetria, non c'è il cortile interno, ma un corridoio, che taglia in due il piano terra, su cui si affacciano le varie stanze, tutte dotate di finestra per far entrare la luce. Un'altra particolarità di questa insulae sono gli affreschi sulle volte; tutti gli affreschi qui ritrovati, possono essere suddivisi in due categorie: quelli su fondi gialli e rossi (di solito utilizzati per ambienti di rappresentanza) e quelli su fondi bianchi (utilizzati per ambienti privati). A nord troviamo una taberna con un bancone. Al secondo piano, una cucina con  bancone e fornelli ben conservati e  uno scarico per le acque. Sull'utilizzo di questa casa ci sono versioni contrastanti, a causa di alcuni dipinti con scene erotiche, ritrovato in una delle sale: la prima ipotesi è che si trattasse di una casa di piacere, ma la cosa strana è che sorge nella zona più signorile di Ostia antica; la seconda ipotesi è che si tratti semplicemente di una camera da letto privata.

facciata meridionale dell'Insula delle Volte Dipinte
Prende il suo nome dalle volte dipinte che vennero alla luce al momento degli scavi e che non si sono  conservate nello stesso stato in cui furono trovate!

E' una casa su due piani che si trova isolata su una piazzetta a sud-est delle Case Giardino.

L'angolo nord dell'edificio è occupato da un "bar" con bancone ben conservato e resti di pittura alle pareti con figure umane.

"bar" dell'Insula delle Volte Dipinte
L'ingresso sul lato ovest dell'insula è sormontato da un timpano e introduceva in un vestibolo.

timpano dell'ingresso sul lato ovest dell'Insula delle Volte Dipinte
Al pian terreno piccole stanze sono disposte lungo un corridoio che la divide nella sua lunghezza.

La parte ovest del primo piano, forse un unico appartamento, conserva dipinti con elementi architettonici, animali e figure umane su fondo giallo di epoca antonina. La parte inferiore è dipinta a finto marmo.

Nel triclinio, accanto al vestibolo, sono rappresentate figure danzanti femminili e un Priapo.

Nel secondo e attiguo triclinio le pareti sono decorate con un paesaggio e una testa di Zeus-Ammone.

La zona est del pian terreno era probabilmente un albergo dato che le camere sono tutte chiudibili singolarmente e indipendenti.
Dai dipinti e dai graffiti si deduce che l'insula fu trasformata in lupanareLe decorazioni pittoriche delle volte risalgono ad età severiana.

In quest'ala dell'insula vi era anche una cucina e un bagno con bacino per l'acqua portata direttamente dalla cisterna esterna all'insula.

cisterna per l'acqua
Al primo piano, accessibile da una scala esterna, si trova una cucina ben conservata con fornelli e bancone, una latrina e stanze con tracce di decorazione.

scala d'accesso al primo piano dell'Insula delle Volte Dipinte
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A nord dell'Insula delle Volte Dipinte  sono l'Insula Trapeziodale e l'Insula delle Muse

Insula Trapezoidale di età adrianea.
ingresso dell'Insula Trapezoidale e letamaio
A nord dell'insula un largo ingresso introduce in un cortile scoperto pavimentato in basalto.

cortile e ambienti laterali dell'Insula Trapezoidale
Fiancheggiano il cortile due sale coperte.
Questa era una stalla con due mangiatoie, per gli ospiti che frequentavano l'albergo dell'Insula delle Volte Dipinte.

scale interne al cortile dell'Insula Trapezoidale
Il piano superiore avrà ospitato gli schiavi dei clienti.
Esternamente vi era anche un letamaio e una bottega.

bottega dell'Insula Trapezoidale
letamaio
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Le ultime insule descritte fanno parte di quell'esempio di pianificazione razionale dell'architettura residenziale del II secolo d.C. che sono le cosiddette Case Giardino.
Case Giardino
L'ingresso principale delle Case Giardino era posto tra la Domus dei Dioscuri e l'Insula delle Pareti Gialle, ma vi erano lungo il perimetro altri passaggi ed ingressi.
Le case giardino sono un complesso residenziale, nato nel periodo adrianeo, su di uno spazio trapezoidale, occupato parte da abitazioni e parte da giardino. 
Il nucleo abitativo si trova al centro del giardino, diviso in due blocchi; il piano terra non era occupato da botteghe; lo spazio verde era arricchito da sei fontane. 
Questo complesso sta a testimoniare il grande cambiamento all'interno della città di Ostia, città ricca, in continua evoluzione, anche grazie ad i continui scambi culturali. 
Delle Case Giardino fanno parte, oltre alla Domus di Dioscuri, l'Insula delle Muse, l'Insula delle Pareti Gialle, l'Insula del Graffito, l'Insula delle Ierodule che circondavano il giardino, ed a nord una fila di negozi che costeggia la Via degli Aurighi
Dai bolli laterizi si è appreso che il complesso fu costruito nel 123/125 d.C. e le pitture e i mosaici più antichi risalgono al 130/140 d.C. 
Il lussuoso complesso residenziale è stato progettato per accogliere appartamenti costosi vicini al mare.
Il piano terra era composto da sedici appartamenti medianum (quindi con sale di rappresenzanza con un'altezza di due piani, ), una domus e molti negozi. 
Le scale interne agli appartamenti portavano ad un primo piano, mentre scale esterne permettevano di raggiungere gli altri piani (per un totale molto probabile di quattro piani). 
Ogni appartamento misurava 220m², ma porte tra gli appartamenti permettevano di unirne due, a seconda delle esigenze delle famiglie.

Si stima (dallo spessore dei muri e quindi dal peso che potevano sopportare si può dedurne il numero di piani), che potessero vivere nelle Case Giardino 1200 persone.

Le residenze erano separate dal traffico cittadino da file di negozi e spazi aperti. Nei giardini che circondavano i due blocchi di appartamenti centrali vi erano, nelle aree orientali e occidentali, sei bacini d'acqua, forse un tempo coperti e circondati da grondaie sul pavimento, con fori per posizionare i secchi.

Queste cisterne servivano a garantire l'acqua alle residenze perimetrali del complesso, mentre i blocchi centrali erano dotati di tubature idrauliche che portavano l'acqua anche ai piani superiori.
decorazioni parietali degli appartamenti delle Case Giardino
ambiente di un appartamento decorato con pitture

ambienti di un appartamento medianum delle Case Giardino


sottoscala di scala esterna di un appartamento delle Case Giardino

cisterna e resti di mosaico
particolare del mosaico nilotico tra due cisterne del lato orientale delle Case Giardino
particolare del mosaico nilotico tra due cisterne del lato orientale delle Case Giardino
botteghe lungo il perimetro del complesso delle Case Giardino
ingresso principale delle Case Giardino
L'ingresso principale delle Case Giardino era posto tra la Domus dei Dioscuri e l'Insula delle Pareti Gialle, ma vi erano lungo il perimetro altri passaggi ed ingressi.

ingresso delle Case Giardino (sul lato settentrionale)
corridoio d'accesso al giardino delle Case Giardino (sul lato nord)
ingresso delle Case Giardino (sul lato settentrionale visto dal giardino)
edicola funeraria con coppia di sposi (dalle Case Giardino - Museo Ostiense)
decorazione di fontana con scena di pesca (dal piazzale delle Case Giardino - Museo Ostiense)
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L'Insula delle Ierodule o Insula di Lucceia Primitiva si trova sul lato ovest delle Case Giardino (apre solo in alcuni periodi dell'anno).


Insula delle Ierodule
Quest'insula conserva pitture notevoli della media età imperiale.
Il nome dell'insula deriva dalle figure femminili con mansioni di prostitute sacre rappresentate sulle sue pareti.

Le ierodule erano giovani donne addette al tempio che partecipavano con musica e danza alle cerimonie, e che esercitavano la prostituzione sacra all'interno del tempio per arricchirne i proventi. 
Si parla di Ierogamia, cioè di matrimonio o unione sacra, in occasione di un'unione rituale o mitica tra un dio e una dea o tra un dio e un umano. ... Le ierodule, quindi, oltre a prostituirsi nel tempio o nel santuario dovevano effettuare e accompagnare riti con musica e con danze.

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Di recente è stato trovato in un ambiente dell'insula un graffito di uno scioglimento di un voto da parte di Lucceia Primitiva e per questo si è voluto chiamare l'insula con il suo nome.

La pianta dell'insula costruita intorno al 130 d.C. è simile agli altri appartamenti delle Case Giardino, tranne che per due colonne in mattoni poste in entrata alla sala principale di rappresentanza.
Gli ambienti che compongono la dimora sono in comunicazione tra loro e presentano decorazioni pittoriche e mosaici eleganti, illuminati dalle numerose finestre (dalle quali abbiamo potuto scattare anche dall'esterno qualche foto!).
Sulle pareti di un ambiente accanto al vestibolo (dove è stato anche trovato il graffito di Lucceia Primitiva), sono rappresentati su uno sfondo marrone, rosso e giallo, animali fantastici, fanciulle in atto di librarsi e decorazioni floreali.
La parte bassa della decorazione pittorica di tutti gli ambienti consiste in una zoccolatura in giallo e rosso con diversi soggetti: ippocampi, satiri, menadi, centauri, teste di fanciullo, uccelli, delfini, vasi di fiori, soggetti dionisiaci.
Alcuni soffitti si sono in parte conservati.

L'edificio subì una distruzione durante il III secolo d.C. a causa di un terremoto, che causò il crollo dei piani superiori.

sala di rappresentanza con colonne dell'Insula delle Ierodule
ambienti dell'Insula delle Ierodule

decorazioni parietali della sala accanto al vestibolo dell'Insula delle Ierodule
decorazioni parietali della sala accanto al vestibolo dell'Insula delle Ierodule

zoccolatura delle pareti e mosaico dell'ambiente vicino al vestibolo
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A pochi metri a sud dell'Insula delle Ierodule sorsero nel 130 d.C. le Terme Marittime, il cui nome venne loro dato erroneamente, creando confusione con le Terme di Porta Marina.

Terme Marittime
Queste terme incorporano nelle loro struttura un tratto delle mure sillaneGli ingressi e le facciate non sono ancora stati scavati.

Nelle loro rovine, quando caderono in disuso, furono istallate due fornaci e sepolti in anfore cinque bambini (probabilmente di religione cristiana).

angolo sud-ovest delle Terme Marittime
Nel lato nord-ovest vi sono un ambiente con tre forni e una grande piscina, la natatio, decorata con nicchie rettangolari e semicircolari, e rivestita in marmo. All'interno della natatio vi è un grande buco, forse una fontana qui istallata.

ambiente delle Terme Marittime dove vi erano tre forni
natatio delle Terme Marittime
Si accedeva alla natatio tramite una camera, che forse era anche un apodyterium (spogliatoio).

Paralleli alla natatio vi erano tre ambienti riscaldati, di cui uno con lato curvo. Vi erano marmi colorati alle pareti e mosaici in bianco e nero (in parte perduti) con Nereidi su mostri marini, Tritoni e Oceano.

Nell'angolo sud-ovest si vedono i resti di un corridoio di servizio.

Il frigidarium aveva vasche sui lati corti.

Altri ambienti  non sono di facile lettura per il visitatore perché inacessibili o coperti da vegetazione.

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Tornando indietro verso il Decumano Massimo visitiamo l'Insula delle Pareti Gialle e la sua gemella insula dei Graffiti e la Domus dei Dioscuri e la Dumus del Ninfeo.

L'Insula delle Pareti Gialle (apre solo in alcuni periodi dell'anno)
posta tra il giardino interno delle Case Giardino e la Casa del Graffito (di cui è gemella), MA è un appartamento mediano di epoca adrianea.

Pianta rettangolare, vano centrale collegato ad altri vani (prendevano luce da finestroni interni), disposta su due piani, questa insulae  è stata sottoposta a continui rifacimenti fino al III sec. d.C.. La ristrutturazione più recente, in età antonina, la ha caratterizzata per il prevalente colore giallo delle pareti. 




ingresso all'Insula delle Pareti Gialle
L'ingresso di quest'insula (casa giardino), di tipo signorile a due piani (piano terra per il dominus e primo piano per la schiavitù), si trova sul lato sud, accanto all'ingresso tripartito delle Case Giardino.

atrio dell'Insula delle Pareti Gialle
Attraverso il vestibolo si accede al medianum, intorno al quale si aprono due sale di rappresentanza e altre piccole stanze.

medianum dell'Insula delle Pareti Gialle
La sala da pranzo si deduce dal mosaico assimetrico, dovuto alla presenza dei triclini.

sala da pranzo dell'Insula delle Pareti Gialle
La facciata ovest è caratterizzata dalla presenza di numerose finestre.

I resti di pittura che ornavano le sale, in cui predomina il colore giallo, sono del II secolo o di epoca severiana.

decorazione pittorica del triclinium dell'Insula delle Pareti Gialle
decorazione pittorica (III/IV secolo d.C.) di una sala di rappresentanza dell'Insula delle Pareti Gialle
Sono rappresentati in piccoli quadri scene paesaggistiche, scene di vita quotidiana, scene mitologiche e personaggi.

I mosaici bianchi e neri sono di epoca adrianea.

mosaico con motivi geometrici e vegetali di una sala di rappresentanza dell'Insula delle Pareti Gialle

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L'Insula del Graffito, come ho già detto, è gemella dell'Insula delle Pareti Gialle, anche se più piccola.



sala di rappresentanza dell'Insula del Graffito
Non si conosce la derivazione del nome dell'insula.
Rimangono pochi resti della pittura decorativa e dei mosaici che l'adornavano.
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Nell'angolo sud-est delle Case Giardino, si erge la
Domus dei Dioscuri.
Le sue murature sono datate dal II al V secolo d.C.
Frutto di una ristrutturazione totale effettuata su una casa del periodo adrianeo, ha un corridoio a "L", alla fine del quale ci sono le due stanze principali: una stanza da letto, con un mosaico al centro del quale ci sono i Dioscuri (particolarmente venerati ad Ostia perchè protettori dei naviganti durante le tempeste marine); un salone, con un altro mosaico di stile africano, raffigurante una Venere in una conchiglia, circondata da delfini e mostri vari. Al lato di quest'ultima stanza, ce ne sono altre due più piccoline, in una di queste un altro mosaico, a figure geometriche. 
All'interno della domus, una piccolo balneum con 4 piccole vasche 2 fredde e 2 riscaldate, unico impianto privato fino ad ora ritrovato in una domus di Ostia. E' stata avanzata l'ipotesi che il proprietario fosse un armatore che si arricchì con il trasporto del grano in Africa.


ingresso della Domus dei Dioscuri

L'ingresso alla domus avveniva attraverso una sala con muro e soglia curva.

Superata una camera, si entrava in un'altra dove nella parete di fondo due nicchie rettangolari affiancavano una nicchia centrale semicircolare.

L'ambiente a destra della sala d'ingresso era forse una bottega collegata alla domus attraverso la stanza alle sue spalle.

La domus era schermata in parte da un muro dietro al quale correva un corridoio di servizio, e sul quale affacciavano due stanze di stoccaggio.

muro perimetrale della Domus dei Dioscuri, corridoio e impianto termale
Una sala (nella quale è stata ricavata una nicchia di fondo con un mosaico a menandri), è decorata con un mosaico policromo nel quale sono raffigurati al centro i Dioscuri Castore e Polluce (che hanno dato il nome alla domus), attorniati da ottagoni nei quali sono rappresentati cestini, frutta, kantharoi, vasi e una coppa.

sala con mosaico con i Dioscuri
particolare del mosaico con raffigurazione dei Dioscuri
particolare della sala con mosaico dei Dioscuri
particolare della sala con mosaico dei Dioscuri
particolare della sala con mosaico dei Dioscuri
Nella sala principale della domus vi è un mosaico (oggi coperto come altri di questa domus), dove è raffigurata Venere Anadiomene su di un guscio trainata da due tritoni e Nereidi su mostri marini.

ambienti della Domus dei Dioscuri
Altre due sale con mosaici sui pavimenti s'affacciano sulla sala principale.

Questa domus aveva, posti sul suo lato ovest, dei piccoli bagni termali: un frigidarium con due vasche e due calidaria.

interno di una vasca del frigidarium
un'altra vasca del frigidarium
bacino absidato del calidarium
vasca rettangolare del calidarium

Alle spalle dell'impianto termale privato della Domus dei Dioscuri, in una piazzetta che confina anche con la Domus del Ninfeo, si trova un Ninfeo pubblico, costruito in laterizio in epoca adrianea.
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Ninfeo Pubblico
Costituisce la facciata monumentale di una riserva d'acqua che alimentava le fontane delle Case Giardino adiacenti.

Il ninfeo ha tre nicchie: una semicircolare in mezzo a due rettangolari.
Sotto alla nicchia sinistra vi era un foro dal quale usciva l'acqua che riempiva il sottostante bacino.

Ninfeo pubblico
lastre di travertino lungo il bacino del Ninfeo pubblico
con depressioni per i secchi.
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Domus del Ninfeo
Questa domus fu istallata nel IV secolo d.C. in un caseggiato con negozi del II secolo d.C.,
 conserva un ninfeo che ospitava nelle nicchie delle statue e un gioco d'acqua, con scivoli di marmo. Interessante anche il pavimento con marmo intarsiato. 


Domus del Ninfeo vista dal Decumano Massimo
alcune botteghe sul Decumano Massimo del caseggiato in cui si è istallata la Domus del Ninfeo
In un cortile pavimentato con bipedali e in parte con lastre di marmo, si trova il ninfeo, da cui prende il nome la domus.

ninfeo della Domus del Ninfeo
Il ninfeo è composto da sette nicchie rettangolari e semicircolari (quella centrale è più grande), poste davanti ad un bacino decorato in marmo.

Le nicchie erano dipinte in rosso e blu, e ne rimane parte della vernice.
Tra le nicchie vi erano colonnine di mattoni.

L'acqua dal podio del ninfeo scorreva su piccoli gradini fino dentro al bacino.

In fondo al cortile vi era una sala preceduta da due colonne di marmo.
Dietro questa sala vi era una camera dalla quale si poteva raggiungere la strada che correva tra la Domus del Ninfeo e la Domus dei Dioscuri.

camera di passaggio per uscire sulla strada
Davanti al ninfeo vi è una sala che prende luce da un'alta trifora, costituita da due colonne in marmo che sorreggono tre archi in mattoni.

sala con trifora della Domus del Ninfeo
sala con trifora della Domus del Ninfeo
Il pavimento è ricoperto con opus sectile policromo, e la parte bassa delle pareti è rivestita in marmo.

particolare dell'opus sectile della sala con la trifora della Domus del Ninfeo con stella di Davide
particolare dell'opus sectile della sala con la trifora della Domus del Ninfeo, con il nodo di Salomone.

Il nodo di Salomone è uno dei segni più antichi e diffusi, un segno formato da due "anelli" schiacciati  
Simbolo pagano paleocristiano ebraico barbarico medievale rinascimentale esso è molto diffuso nell’iconografia dell’Occidente ma ha risalto anche in culture africane amerinde e asiatiche. Ma può trovarne anche nei templi indù, nella ceramica Copan della Mesoamerica, nell’arte copta e nell’arte tradizionale africana.
La più antica rappresentazione del nodo di Salomone che ci sia nota,almeno per il momento, su pavimento musivo, si trova nella villa dei Volusii Saturnini, presso il Lucus Feroniae a Roma, ambiente 12, databile al I sec. 
Il nodo di Salomone ha la tipica identità di un simbolo perso nella memoria storica e il cui stesso nome, giuntoci sul filo di una tradizione oscura (comunque precedente al XIII secolo), è incerto nell’origine.  
Simbolo del destino, fedeltà e immortalità, spesso rappresentato a fianco dei segni anzidetti e di altri come la spirale (evoluzione ciclica), i fiori (talora simbolo d’anima o virtù), l’acanto (trionfo), altre fogge di nodiformi ma soprattutto ancora trecce, edere e meandri a svastica (simbolo dinamico del ciclo naturale e divino).
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Lungo il corridoio parallelo al cortile, con pavimento a mosaico, si trovano quattro piccoli ambienti con marmi alle pareti. Uno di questi ambienti è absidato ed ha un pavimento in opus sectile.

corridoio con ambienti della Domus del Ninfeo
ambiente absidato con pavimento in opus sectile della Domus del Ninfeo
Un vestibolo, che dava accesso al Decumano Massimo, ed una stanza erano decorati con marmi nella parte bassa delle pareti e nella parte più alta con affreschi del IV secolo d.C. che rappresentano scene bucoliche.

La domus aveva anche un piano superiore, raggiungibile con scale ancora presenti in parte.

scale della Domus del Ninfeo
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Il lato meridionale del Decumano Massimo è ora costeggiato per 120m dal Portico e dal Caseggiato della Fontana a Lucerna.

Portico della Fontana a Lucerna
Un lungo edificio a portico, che prende il nome dalla fontana in marmo, presente sulla via; nato nel 125 d.C. su un altro edificio porticato, ancora visibile in alcuni tratti. Al piano terra c'erano le botteghe, ai piani superiori le abitazioni.
Tre erano i "bar" posti sotto i portici.




Portico e Caseggiato della Fontana a Lucerna
Portico Caseggiato prendono il nome dalla fontana in marmo posta sulla strada.

fontana a lucerna
La fontana è costituita da una vasca nella quale vi è una colonna la cui sommità imita una lampada ad olio con sette beccucci simili a stoppini, ma dai quali usciva acqua.

La fontana aveva un tetto sostenuto da quattro colonnine scanalate, e una decorazione ad archetti dal lato della strada.

particolari della fontana a lucerna
Giulia Domna (dal Portico della Fontana a Lucerna - Museo Ostiense)

Giulia Domna: Nata a Emesa (Siria), 170 circa – Antiochia di Siria, 217) fu imperatrice romana, moglie dell'imperatore romano Settimio Severo, madre di Caracalla e Geta. Detentrice di un potere mai ottenuto prima dalle imperatrici romane.  La costante presenza accanto al marito durante le spedizioni militari, valse all'Augusta la concessione del titolo mater castrorum (madre degli accampamenti), appellativo di recente coniazione, assegnato per la prima volta a Faustina Minore nel 174.

Giulia Domna esercitò, fin dall'inizio, un forte ascendente sulle decisioni del marito. Era una donna bella, ma anche colta e amante della filosofia. Supportata dal proprio carisma e da una notevole accortezza politica, l'imperatrice prese parte attiva all'amministrazione dell'impero, pur accontentandosi di agire a margine della scena politica nel pieno rispetto del mos romano, da sempre riluttante al conferimento di ruoli ed incarichi ufficiali alle donne.

Tra il 202 e il 205, l'acceso contrasto con Plauziano, prefetto del pretorio e consigliere, sempre più influente, di Settimio Severo, determinò il temporaneo e parziale ritiro dell'Augusta dalla vita pubblica. Il volontario allontanamento dall'ambiente di corte consentì a Giulia Domna di dedicarsi intensamente a studi filosofici e religiosi ed attorno alla sua figura venne formandosi un circolo di intellettuali, tra i quali si annoverano il medico Galeno e il filosofo Flavio Filostrato.
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Al termine del Portico della Fontana a Lucerna si è giunti a Porta Marina, la porta della città che dava sul litorale marino.

Porta Marina vista da fuori delle mura sillane
Al tempo dei Romani il mare era a circa un centinaio di metri dalla porta, di cui rimangono alcuni conci in tufo e tracce del basolato.

La Porta Marina, facente parte della cinta muraria di epoca sillana, era stata costruita in opera quadra e aveva torri sporgenti.

conci in tufo e basoli di Porta Marina

Caupona di Alexander e Helix
Quando le mura fortificate repubblicane non servirono più, in quanto Roma aveva espanso il suo territorio e allontanato così di molto i suoi nemici, altri edifici vennero costruiti o istallati sulle strutture difensive.
E' questo il caso della Caupona di Alexander e Helix.



interno della Caupona di Alexander e Helix
Nel II secolo d.C infatti, una delle due torri che fiancheggiavano Porta Marina fu occupata da questa osteria che prende il nome dalla scritta presente nel suo mosaico pavimentale.

scritta "ALEXANDER HELIX" sul pavimento della caupona e vasca-fontana
In questo mosaico sono anche rappresentate in tre scene, Venere con specchio e amorino alato che regge la sua cintura, due pugili-lottatori nell'atto di battersi (pancrazisti) con un calice e la palma della vittoria, e due danzatori grotteschi con bastoni e fallo (danza egiziana).
 
Venere e amorino
danzatori grotteschi con bastoni e fallo
Il retrobottega della caupona, dati i temi del mosaico, doveva essere adibito alla prostituzione.

bancone con doppio lavabo, stufa e scaffale della caupona
L'osteria conserva ancora, rivestiti in marmo, un bancone di mescita con doppio lavabo, uno scaffale a tre gradini in muratura, una stufa e una vaschetta-fontana al centro della sala.

scaffale a tre gradini
stufa
doppio lavabo con foro di scolo
vasca-fontana
Nell'angolo ovest forse vi era un santuario.

possibile santuario della caupona
Il suo ingresso sulla strada non è più agibile perché il livello stradale è stato riportato ad piano più antico.

accesso alla caupona dal Decumano Massimo
Si può quindi accedere oggi all'iterno della caupona dai due ingressi posti a nord-est e a sud-ovest.

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Sotto Vespasiano, fu realizzato il primo lungomare e al contempo, sotto Domiziano, l’area fu collegata all’acquedotto, cosa che le assicurò la fornitura dell’acqua corrente, il che la rese assai più appetibile alla speculazione edilizia, la quale raggiunse il culmine sotto Adriano.

Grazie al diretto interesse dell’imperatore, che forse aveva delle proprietà in zona, fu realizzata una vasta lottizzazione, centrata sulle terme della Marciana, che prendono nome dalla sorella di Traiano, di cui fu ritrovata una statua, nella cui decorazione spicca un mosaico con atleti e su quelle del Sileno, che traggono il nome da un frammento di rilievo con maschere dionisiache rinvenuto nel corso degli scavi.

Tale speculazione di fatto trasformava la zona in una sorta di quartiere dedicato al benessere, pieno di locali notturni e cosa che pare strana, di luoghi di culti esotici: nell’area infatti vi erano sia numerosi mitrei, sia quella che forse è la più antica sinagoga d’occidente.
In età severiana, proprio per ribadire la vocazione turistica dell’area, il lungomare venne ristrutturato e selciato. Il boom della zona continua sino all’epoca dei Tetrarchi e di Massenzio che scelse Ostia come sede della zecca e molte famiglie patrizie vi si trasferirono, popolando anche il quartiere di Porta Marina.
Anche all’epoca dei Valentiniani, continuarono le costruzioni e le ristrutturazione degli edifici, ma a cominciare dagli ultimi due decenni del IV secolo, la crisi si fece sentire: se molti edifici furono abbandonati, furono al contempo costruiti diversi luoghi di culto cristiano e la straordinaria Domus dell’Opus Sectile, realizzata proprio a Porta Marina, la cui decorazione è conservata nel museo dell’Alto Medio Evo all’Eur. Domus che però è il canto del cigno del quartiere: nel V secolo Ostia risentì delle guerre e di una serie di cataclismi naturali, il terremoto del 442 d.C. o numerose esondazioni del Tevere, legate al cambiamento climatico in corso all’epoca.
Così il quartiere di Porta Marina fu abbandonato e diverse statue, portate nel centro della città: il suo destino fu il preludio alla morte di Ostia, che nel VIII era diventata una città fantasma, per poi essere abbandonata definitivamente nel IX secolo.
LA ZECCA DI MASSENZIO
La zecca fu fondata da Massenzio nel 308/309 o nel 311, con personale proveniente dalla zecca di Carthago​/Cartagine​ (chiusa a seguito della soppressione della ribellione di Lucio Domizio Alessandro), e funzionò fino al 313, quando, a seguito della vittoria riportata sullo stesso Massenzio, l'imperatore Costantino I, trasferì il personale alla nuova zecca di Arelate 
(moderna Arles).

La zecca di Ostia era molto vicina alla zecca di Roma, ma le due zecche romane servivano province differenti. La zecca di Roma riforniva la penisola, sotto la giurisdizione del rationalis summarum urbis Romae, mentre la zecca di Ostia dovrebbe aver rifornito le Tres Provinciae (Sicilia, Sardegna e Corsica) sotto la giurisdizione del rationalis trium provinciarum, e forse anche l'Africa.



La zecca di Ostia non ebbe vita lunga , anzi piuttosto breve , infatti emise solo monete degli Imperatori: Massenzio, Licinio, Massimino II, e Daia. Oltre ai quattro imperatori viventi, furono coniate anche monete postume alla morte, di altri personaggi, quali: Massimiano Erculeo, Galerio Massimiano, Costanzo Cloro e del figlio di Massenzio, Romolo, morto giovinetto. 

La zecca venne chiusa probabilmente nel 314, quando, a seguito della vittoria riportata sullo stesso Massenzio, Costantino trasferì tutto il personale di Ostia presso la nuova zecca di Arelate aperta appunto in quegli anni.

Per questi motivi , estrema brevita’ di vita della zecca , circa sei , sette anni al massimo e successivo trasferimento del personale e del materiale ad Arelate , non e’ stata trovata traccia archeologica delle officine della zecca , anche perche’ probabilmente i locali furono riadattati ad altri usi quando questa fu chiusa , quindi la ricerca archeologica e’ estremamente difficoltosa , inoltre e’ anche possibile che le officine non siano state trovate perche’ ancora non scoperte archeologicamente e giacciono tutt’ora sotto gli alti sedimenti alluvionali del Tevere ; molte zone di Ostia antica sono ancora da scavare; infatti Ostia antica , a livello archeologico , e’ un po’ come Pompei , molte parti della vecchia citta’ sono ancora sepolte , anziche’ sotto la cenere , sotto i sedimenti alluvionali del Tevere trasportati in migliaia di anni .

Le officine della zecca di Ostia, conosciute sulle emissioni degli Imperatori su elencati, dovrebbero essere state in tutto quattro, poiche’ dopo la scritta MOST, compaiano le lettere : A , P , S , T e Q , dove per A dovrebbe stare per : Augusta , quindi seguono officina: Prima, Seconda, Terza e Quarta, mentre la M prima di OST dovrebbe significare Moneta Ostiense .

Sappiamo che la zecca di Ostia provvedeva al rifornimento monetario dell’ Africa, della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, provincie sotto la giurisdizione di Massenzio, oltre naturalmente all’ Italia, al cui rifornimento provvedevano la zecca principale di Roma per il Centro Sud, oltre a quelle di Ticinum e Aquileia per il Nord; con questo si spiega il perche’ di ben quattro o forse cinque officine monetali ad Ostia.

Ma dove potevano essere ubicate le officine di Ostia , in citta’ ? 
In mancanza di qualsiasi indizio archeologico possiamo solo provare ad immaginarlo; Ostia antica nel suo massimo splendore era una grande citta’ suddivisa in cinque Regioni, forse contenenti ognuna rispettivamente le cinque officine monetali, oppure queste erano concentrate vicine tra loro in una unica Regione tra le cinque esistenti.
Prendendo riferimento alla prima zecca di Roma sul Campidoglio potremmo pensare che la zecca si trovasse nei pressi del Campidoglio ostiense.

*Ostia antica era suddivisa in cinque Regioni, ogni Regione a sua volta era suddivisa da un minimo di dodici Isolati ad un massimo di venti isolati.

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Il piazzale che si trova subito fuori Porta Marina costituiva il Foro di Porta Marina, dedicato al mercato, un recinto di forma quasi quadrata, con un lato di circa 40 metri, con un ingresso tripartito, circondato da un portico su tre lati e con un’ampia abside sul fondo.

Nell’area circostante sorgeva un enorme mausoleo, che, dalla decorazione marmorea ritrovata, doveva celebrare un ammiraglio. Mausoleo che, durante l’inverno, era spesso vittima delle mareggiate: la situazione cambiò in età flavia, quando la spiaggia si era leggermente ingrandita.
Il Foro, colonnato su tre lati e con pavimento in marmo, aveva una triplice entrata sul Decumano Massimo, ogni ingresso era incorniciato da due colonne.
La parete di fondo presenta una stanza con abside.
Anche sui due lati ortogonali vi è al centro una stanza.
Nella piazza vi è anche una struttura in muratura, forse un altare.


ingresso tramite colonne al Foro di Porta Marina (a sinistra) e al Santuario della Bona Dea (a destra)

sopra al possibile altare del Foro di Porta Marina è cresciuto un albero!

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A fianco del Foro di Porta Marina sorgeva il Santuario della Bona Dea.

Santuario della Bona Dea
Questo Santuario del I secolo d.C., dedicato alla dea della fertilità e della salute, adorata solo dalle donne, fu raso al suolo nella tarda antichità, ed è per questo che rimangono solo muretti bassi.
In origine circondato da un alto muro che ne impediva la vista da strada, il Santuario era composto da un cortile porticato preceduto da un corridoio, e da un piccolo tempio che affacciava sul cortile, preceduto da quattro colonne. Davanti al tempio c'era un altare in tufo.
In una fase successiva vennero separati dal Santuario alcuni ambienti a fianco alla cella del tempio. 

Sono state trovate cinque copie identiche di lastre con l'iscrizione dedicatoria del SantuarioI frammenti di una di queste sono stati posti sul muro perimetrale, le altre lastre marmoree sono state invece riutilizzate in altre parti della città.
Il santuario di Bona Dea, probabilmente l’equivalente latino della Signora dei Serpenti Micenea, identificata con la moglie di Fauno.
Secondo il mito, questa era molto abile in tutte le arti domestiche e molto pudica, al punto di non uscire dalla propria camera e di non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto che ne morì.
Che si trattasse di un culto residuale dell’età del Bronzo, lo testimoniano diversi indizi: il fatto che fosse un mIsteria, con il rituali, da cui erano esclusi gli uomini, coperti da segreto, come a Eleusi… Da quello che sappiamo a spizzichi e bocconi, come vittima sacrificale veniva offerta alla dea una scrofa; la sala della festa si ornava di tralci di vite, mentre non doveva comparirvi il mirto; nel rito, accompagnato da musica e da danze, aveva larga parte anche il vino, il quale però veniva sempre ricordato con falso nome.
Il tempio di Ostia fu fatto costruire da P. Lucilio Gamala (lo stesso che fece costruire i 4 templi repubblicani posti vicino al Teatro. Lucilii Gamalae, eminente famiglia dell’élite municipale ostiense, sono stati presenti nella vita pubblica della colonia per oltre due secoli e mezzo, dalla tarda età repubblicana all’età antonina, ricoprendo ruoli civili e religiosi di primo piano con una continuità eccezionale), come dichiarazione di supporto politico a favore di Cicerone, visto che il suo nemico Clodio, era stato coinvolto in un brutto scandalo.
Nel 62 a.C. Publio Clodio Pulcro (Claudii Pulchri furono un ramo patrizio della romana gens Claudia distintosi particolarmente durante il periodo repubblicanoamante di Pompea, moglie di Cesare, era stato eletto come questore per l’anno successivo (61 a.C.) e nel dicembre del 62 a.C. era in attesa di ottenere ufficialmente l’incarico di amministratore finanziario di una delle province dell’Impero. La notte tra il 4 ed il 5 dicembre si celebravano i Damia, le festività in onore della Bona Dea, che in quell’occasione venivano svolti nella casa di Cesare, che ricopriva la carica di Pontifex Maximus, ed erano ovviamente vietati agli uomini e officiati esclusivamente da donne. Non è ben chiaro per quale motivo lo fece, fatto sta che quella notte Clodio decise di travestirsi da donna per poter entrare in casa mentre si preparava ogni cosa per la cerimonia. Scelse le vesti da flautista per non essere riconosciuto e si presentò ad Abra, una delle ancelle di Pompea che era a conoscenza della loro relazione. La schiava andò ad avvertire la padrona della presenza di Clodio, ma nello stesso momento un’altra ancella lo vide e diede l’allarme. Tutte le donne presenti in casa accorsero, compresa la madre di Cesare, Aurelia Cotta, che cacciò via l’uomo.
E’ Cicerone in una delle sue lettere ad Attico (I, 12, 3) a ricordare l’evento:
“Publio Clodio, figlio di Appio, è stato colto in casa di Gaio Cesare mentre si compiva il sacrificio rituale per il popolo, in abito da donna, ed è riuscito a fuggire via solo per l’aiuto di una servetta; grave scandalo; sono sicuro che anche tu ne sarai indignato”.
Per quanto riguarda le ragioni che lo spinsero a tale gesto alcuni non ritengono sufficiente l’espediente amoroso per stare con l’amante, ma pensano che potesse essere un atto di sfida nei confronti dello stesso Cicerone, console, che l’anno precedente aveva avuto un auspicio favorevole proprio dalla Bona Dea.
In un primo momento la vicenda non ebbe grande risonanza ma il cesariano Quinto Cornificio, il 1 gennaio del 61 a.C. riportò l’accaduto davanti al Senato e fu quindi necessario istituire un processo contro Clodio e sia le Vestali che i Pontefici ordinarono che fossero ripetuti nuovamente i Damia, ritenuti non validi perché profanati.
Il giovane fu accusato di incestus ma si riuscì ad evitare che venisse processato fino alla metà di aprile. Le prove contro di lui erano comunque schiaccianti e a queste si univa la condotta sempre scellerata di Clodio. Egli si vide costretto a mandare via dall’Italia parte dei suoi servi per evitare che potessero essere interrogati, ma questo non bastò in quanto la sua colpevolezza fu confermata dalle testimonianze della madre e della sorella di Cesare, il quale però decise di non testimoniare. Cesare ripudiò Pompea che non venne ritenuta una teste attendibile e quindi non venne neanche chiamata. La difesa di Clodio provò a sostenere che durante le festività in oggetto il giovane fosse altrove, ma lo stesso Cicerone, che pure aveva con Clodio buoni rapporti, testimoniò di averlo incontrato a Roma poco prima che entrasse in casa di Cesare. La sua testimonianza fu inaspettata, ma la spiegazione del suo gesto si trova in un altro passaggio della lettera ad Attico (I, 16, 5):
“Constatato quanti pezzenti erano tra i giudici, ammainai le vele e nella mia testimonianza mi limitai a deporre quello che, essendo di dominio pubblico, non si poteva passare sotto silenzio”.
Clodio, nonostante la testimonianza di Cicerone potesse farlo condannare a morte, riuscì a essere assolto corrompendo gran parte della giuria e ad ottenere la questura in Sicilia.
Per approfondire la conoscenza della Bona Dea CLICCA QUI

Per leggere del ritrovamento del santuario CLICCA QUI

Per approfondire la figura di Publio Clodio Pulcro CLICCA QUI

ingresso al santuario

cella del Tempio del Santuario della Bona Dea e basi delle colonne del pronao
basi delle colonne del pronao del tempio e frammenti della lastra marmorea con iscrizione dedicatoria 


ambienti vicini alla cella del tempio

Lungo il Decumano Massimo, accanto all'ingresso del Santuario della Bona Dea, vi era un ninfeo curvo del III secolo d.C., rivestito di travertino.

ninfeo

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Sul lato opposto della strada era un Monumento Funerario e un edificio composto dalla Domus Fulminata e dalla connessa Casa della Domus Fulminata, che formavano insieme un'entità funzionale.

Monumento Funerario.
Non si conosce con certezza il nome del personaggio per il quale è stato costruito, ma la presenza decorativa di un rostro in marmo di Carrara, fa presumere che l'uomo avesse partecipato ad una guerra navale. 

Il monumento fu costruito proabilmente nel 30/20 a.C. e ciò spiega il livello più basso rispetto al Decumano Massimo.
Una base rettangolare in tufo e travertino avrà sorretto una costruzione cilindrica rivestita in marmo.

La base presenta sul fronte un'esendra rettangolare centrale affiancata da due esedre semicircolari più piccole con panche.

Oltre al rostro con prua di nave già citato, tra i frammenti delle decorazioni ritrovate ve ne è un'altro con tre spade e una testa di leone.

Forse il personaggio in questione fu Publio Lucilio Gamala che fornì alla cittadina i soldi necessari per una guerra navale contro Sesto Pompeo nel 38/36 a.C.

L’identità di Publio Lucilio Gamala, la carriera, la cronologia di questo celebre personaggio hanno rappresentato un problema centrale nella prosopografia ostiense, di vitale importanza per la ricostruzione degli eventi della storia municipale e dei suoi intrecci con la grande storia del tempo; ma anche per le implicazioni circa la composizione della élite ostiense, che l’origine orientale del cognome Gamala rivela essere varia e multietnica già in età repubblicana.



L’iscrizione che commemora Gamala senior rivela, nella costruzione e nel contenuto, una probabile derivazione dall’elogium funebre del personaggio, al termine di una lunga e onorata carriera ai vertici dell’amministrazione pubblica e della vita religiosa della colonia ostiense.

In un convincente esame della struttura del testo, F. Zevi ha cercato di ravvisare le corrispondenze tra le cariche ricoperte dal personaggio e le sue numerose benemerenze verso la città. Interessa ricordare in modo particolare che, probabilmente in qualità di pontefice di Vulcano (la massima carica religiosa di Ostia), egli fece restaurare il tempio del dio, ma soprattutto fece edificare ex novo quattro templi, per i quali è ormai unanimemente accettata l’identificazione con i « Quattro Tempietti » sorti in età repubblicana all’interno dell’area a nord del decumano delimitata dai famosi cippi di Caninio; le aedes gamaliane sono dedicate a quattro divinità femminili (Venere, Fortuna, Cerere e Spes) delle quali Zevi ha messo in luce la connessione con i concetti di abbondanza, di fertilità e di buona sorte e dunque, probabilmente, con la sfera dei commerci e forse dell’annona, sicuramente centrale nella vita della colonia

Numerose sono le benemerenze da mettere in correlazione con le magistrature ordinarie e gli incarichi straordinari ricoperti dal personaggio ; tra queste, di particolare interesse è l’offerta ai coloni ostiensi di un epulum e di due prandia, nella quale D’Arms riteneva di poter ravvisare una consapevole imitazione dei banchetti fatti allestire da Cesare nel 45 a.C. come festeggiamento per i suoi trionfi. L’eventualità di una imitatio Caesaris da parte di Gamala senior avrebbe ovviamente delle conseguenze per la cronologia del personaggio; tuttavia, l’elemento più significativo ai fini della datazione della sua carriera è legato certamente all’ultima benemerenza ricordata nell’iscrizione, ossia il dono alla colonia di una elevata cifra per consentirle, senza dover mettere in vendita i propri beni, di ottemperare ad una pollicitatio belli navalis

Per sapere di più sulla figura di Publio Lucilio Gamala CLICCA QUI

esedre della base del Monumento Funerario -Le panche dell'esedra centrale sono sorrette da delfini.

decorazione con tre spade e testa di leone del Monumento Funerario

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La Domus Fulminata prende il nome da un piccolo tumulo in muratura cosiddetto bidental, dedicato alla sepoltura rituale di oggetti colpiti da un fulmine, identificato grazie alla targa di marmo con le lettere FDC : F (ulgur) D (ium) C (onditum).
Costruita nel I secolo d.C. e rimaneggiata nel II e nel III secolo d.C. 
Complesso costituito da taverne, negozi e un’ampia unità abitativa sulle quali da anni gli archeologi si stanno interrogando, per le sue stranezze, come la mancanza dell’atrio e per il fatto che si pranzasse all’aperto, dato che nel peristilio sono presenti tracce di letti triclinari.
Si pensava inizialmente che fosse una domus, ma poi si è creduto che appartenesse ad una gilda legata al vicino Santuario della Bona Dea  (una sorta di confraternita, i cui membri celebravano le festività con pasti comunitari nel cortile), o un edificio collegato al culto degli antenati, vista la vicinanza ad un Monumento funerario. Quindi un alloggio connesso al Sepolcro dove si consumavano i pasti per il defunto (refrigerium), e dove probabilmente viveva il guardiano del monumento funerario adiacente.
A causa della ricca decorazione a mosaici, si è anche ipotizzato che si trattasse di una villa estiva, in cui vi si trasferiva nei mesi più caldi qualche ricco patrizio, come ad esempio Publius Lucilius Gamala, uno dei tanti amici di Cicerone, il quale, per sfuggire all’afa, amava pranzare all’aperto.
ingresso alla Casa Fulminata
Il suo ingresso dal Decumano Massimo presenta due colonne affiancate da una scala con gradini in travertino.

In facciata vi sono sei botteghe, due delle quali sono "bar".

uno dei due "bar" lungo la facciata della Casa Fulminata
Superato il corridoio d'ingresso si entrava in un cortile porticato.

cortile porticato della Casa Fulminata
Sul lato nord del cortile vi erano quattro sale interconnesse tra loro e con alto soffitto.

La zona meridionale del cortile era composta da ambienti con decorazioni di mosaici e pitture alludenti all'amore e alla seduzione.

Il cortile porticato presenta colonne in mattoni, singole, binate, o triple (adattamenti strutturali), sulle quali poggiava il tetto del portico.

Nella parte centrale del cortile vi era ad est una vasca d'acqua rettagolare con il bordo in mosaico formato da tessere blu, verdi, gialle rosse.

vasca rettangolare e biclini del cortile della Casa Fulminata
Vi era anche una vera di pozzo in marmo che divenne poi solo decorativa.

cortile e pozzo (angolo a destra)
Venne in un momento successivo aggiunta una seconda vasca rettangolare nell'angolo nord-est.

Nella parte sud-occidentale del cortile vi è una piccola costruzione in muratura, il luogo in cui di giorno un fulmine aveva colpito la casa, e che ritualmente era stato qui sepolto insieme agli oggetti che aveva colpito e rotto.

monumento sul luogo in cui cadde il fulmine
Sulla struttura che ha dato nome alla casa, si è trovata la targa con le lettere FDC = F(ulgur) D(ium) C(onditum).

scritta FDC sul monumento nel luogo in cui cadde il fulmine
La parte occidentale del cortile è occupata da un biclinium in muratura.

vasca rettangolare, bacini, base per altare ed edicola nel cortile della Casa Fulminata
Vi trovavano posto anche un'edicola su podio con nicchia affiancata da colonnine in mattoni (della quale rimangono pochi resti), e una base in mattoni sulla quale vi era forse un altare.

edicola e base per altare del cortile della Casa Fulminata


latrina della Casa della Domus Fulminata
 
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L'ultima costruzione che s'incontra sul Decumano Massimo, affacciata sulla strada moderna, e dove  un tempo era il mare, è il cosiddetto Edificio con Opus Sectile, un edificio costruito ad un centinaio di metri fuori Porta Marina, che inizialmente si pensava fosse un "prospetto a mare" del Decumano Massimo e una sede collegiale.



Domus dell’Opus Sectile, realizzata proprio a Porta Marina, la cui decorazione è conservata nel museo dell’Alto Medio Evo all’Eur.

Scoperta casualmente negli anni ’40 del Novecento, si impose da subito all’attenzione proprio per il rinvenimento di tante, troppe lastre sagomate in marmi policromi. Gli scavi, ripresi negli anni ’60, furono abbastanza complessi, perché consistettero nello scavare uno spesso e complicato strato di crollo relativo alle pareti di una grande aula che erano state decorate in marmi intarsiati (ciò che viene chiamato opus sectile, appunto). Nonostante le difficoltà, si capì che il crollo era avvenuto quando la decorazione dell’aula non era stata ancora completata, perché furono rinvenuti materiali da cantiere e perché parte della stanza non era ancora mai stata pavimentata; inoltre, grazie alle monete rinvenute, coniate sotto l’impero di Massimino (383-388 d.C.) e di Eugenio (392-394 d.C.) si capì che la realizzazione e immediato crollo dell’aula fossero avvenuti proprio sul finire del IV secolo d.C.

Secondo l’ipotesi ricostruttiva, la decorazione dell’aula si articolava in zone sovrapposte: a partire dal basso si succedevano una fascia a specchiature e lesene, un grande fregio floreale, un fregio minore con elementi vegetali e geometrici, una zona con gruppi di animali in lotta (leoni sulla parete destra e tigri sulla sinistra), simile alla decorazione della basilica di Giunio Basso all’Esquilino, e infine una fascia di coronamento con specchiature e dischi.

Con effetto di sorprendente contrasto, la decorazione dell’esedra di fondo era di tipo geometrico, con un motivo a scacchiera minuta di tessere di colore giallo, bianco, verde e rosso in basso e un falso prospetto architettonico nella parte alta.

Probabilmente l’esedra aveva funzione di triclinio, ossia della zona destinata al banchetto, che di solito si trovava nella parte più interna della sala di rappresentanza ed era arredata con letti per gli invitati (klinai) e tavolini per appoggiare vivande e stoviglie.

Un elemento originale dell’opus sectile è la presenza sulla parete destra di due ritratti maschili, un giovane aristocratico con la tunica bordata di porpora e un adulto con lo sguardo penetrante e un nimbo intorno alla testa. L’interpretazione tradizionale vede nell’adulto Cristo benedicente, pur in mancanza di segni di identificazione certi (croce, lettere A e Ω nel nimbo); una ipotesi più recente, basata sul ritrovamento in domus tardoantiche della Grecia e dell’Asia Minore, di cicli decorativi con filosofi e poeti classici raffigurati con i loro allievi, interpreta il personaggio ostiense come il maestro “divinamente ispirato” della pratica filosofica neoplatonica molto diffusa nel IV secolo. E’ quindi necessaria una grande prudenza nell’interpretare in senso pagano o cristiano l’ “uomo divinamente ispirato” in assenza di un contesto inequivocabile.

Sul soffitto si deve immaginare un mosaico di pasta vitrea verde-azzurra con tralci di vite ricoperti d’oro, recuperato solo in piccola parte e ora esposto accanto all’aula.Il pavimento, composto da quaranta formelle intarsiate con motivo a stelle unite per i vertici, crea l’effetto di un grande tappeto policromo (32 mq) che accresce la sontuosità della sala.

DESCRIZIONE AMBIENTI

Al termine del Decumano Massimo si apriva l'ingresso della domus, con un grande atrio che introduceva in un cortile colonnato fino all'angolo nord-est dell'edificio, andato perduto a causa del mare e oggi sepolto sotto la strada moderna.

ingresso all'Edificio con Opus Sectile

atrio e cortile a peristilio dell'Edificio con Opus Sectile
Sul piazzale a peristilio si aprivano alcuni ambienti.

cortile a peristilio
In direzione est-ovest rimangono i resti di una diga costruita nel I secolo d.C. per difendere gli ambienti prospicenti la costa dalle mareggiateNel IV secolo d.C. l'avanzamento della linea di costa rese già inutile la funzione della diga.

resti della diga e ambienti dell'Edificio con Opus Sectile poggianti su di essa
Su questa diga poggiava un ambiente con esedra rettangolare e con due colonne d'ingresso.

ambiente con esedra rettangolare decorato con opus sectile
Questa sala presentava una complicata decorazione in opus sectile (che ha dato il nome all'edificio), non ancora completata quando l'edificio fu distrutto.

ricomposizione delle decorazioni dell'aula (Museo Nazionale dell'Alto Medioevo - Roma)
Le pareti erano ancora priva di zoccolatura e l'esedra di fondo non era ancora pavimentata.

Le 40 formelle del pavimento (90x90cm) dell'aula erano predisposte, ma non ancora messe in opera.

pavimento dell'aula
In esse un motivo a stella a quattro punte formava ottagoni con le punte di quelle delle altre formelle poste vicino.
Negli ottagoni poi erano inseriti cerchi con all'interno quattro pelte.
l'utilizzo di materiali preziosi (porfido rosso, pavonazzetto, porfido verde, giallo antico ed altri), denota l'alta committenza.  

Sulle pareti laterali si succedevano dal basso varie fasce decorative:

la decorazione della parete destra dell'aula
- una fascia a specchiature marmoree e lesene

- un grande fregio floreale

- un fregio minore con elementi vegetali e geometrici

- pannelli che raffiguravano gruppi di animali in lotta (leoni e tigri)

una tigre sulla parete sinistra dell'aula
un leone sulla parete destra dell'aula
- una fascia di coronamento con specchiature e disegni.

Vi erano raffigurati anche due ritratti virili: un busto di un giovane uomo aristocratico (forse il benefattore del collegio proprietario della domus, vestito con toga bordata di porpora simbolo del suo stato sociale) e un busto di Cristo benedicente con barba, capelli lunghi e nimbo (frutto di una interpretazione cristiana) o come interpretano altri, un filosofo con la mano destra alzata nell'atto della docenza (figura venerata dagli aristocratici seguaci delle dottrine neoplatoniche).

decorazione con due busti virili della parete destra dell'aula
rappresentazione di uomo barbuto benedicente
rappresetazione di giovane uomo aristocratico

La decorazione dell'esedra rettangolare della parete di fondo era di tipo geometrico, con un motivo a scacchiera in basso, e un falso prospetto architettonico nella parte alta.

Anche il soffitto sembra essere stato decorato a mosaico: tessere di pasta vitrea di vari toni d'azzurro sul quale si snodavano tralci con foglie e grappoli ricoperti d'oro.

Nella malta di allettamento di uno dei due pannelli con leone si trovarono due monete di bronzo dell'epoca degli imperatori Massimo (383-388 d.C.) ed Eugenio (392-394) che fanno collocare il crollo dell'aula intorno al 394/400 d.C.
Non si conosce l'utilizzo al quale la stanza era stata destinata, forse era una sala da pranzo o forse un luogo religioso.

Sul pavimento dell'aula giacevano sezioni di colonne e un'architrave, forse materiali da riusare nella decorazione della sala.

colonne da riuso

architrave di marmo da riuso

Sono stati anche ritrovate delle raffigurazioni di polipi e testine, non riconducibili alla collocazione originaria.


raffigurazioni di polipi e testine
raffigurazioni di testine
La bellissima decorazione è oggi esposta, dopo lunghi anni di restauro, al Museo Nazionale dell'Alto Medioevo dell'Eur.


Sul lato est del colonnato della domus si trovano alcuni ambienti tra i quali un'esedra con due colonne d'ingresso e pavimento in marmo.

ambiente con esedra del lato est dell'edificio
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Torniamo indietro su i nostri passi per lasciare il Decumano e deviare verso sinistra su Via di Cartilius Poblicola, per esplorare quella zona dove sorgono altri edifici interessanti di Ostia Antica.

All'angolo tra queste due strade si trova la cosiddetta Loggia di Cartilius Poblicola, una piazza con copertura sorretta da file di pilastri in mattoni, che prende il nome dall'adiacente tomba di epoca repubblicana (questa zona era un tempo situata fuori dalle mura e quindi in essa si potevano costruire i sepolcri).



Loggia di Cartilius Poblicola e Tomba di Cartilius Poblicola (sul fondo)
Loggia di Cartilius Poblicola

Il Monumento Sepolcrale di Cartilius Poblicola, costruito nel 25/20 a.C., è la tomba di un importante cittadino di Ostia che si era guadagnato da parte dei suoi concittadini il cognomen Poblicola, ovvero "amico del popolo", per i servizi resi alla città.

La tomba di forma quadrata, come tutti i sepolcri, affacciava su una strada poi scomparsa con la costruzione degli edifici adrianei, che hanno attorniato il monumento funebre.

Il basamento era rivestito in travertino, il corpo centrale in marmo e il dietro della tomba invece aveva un rivestimento in tufo.

fronte del Monumento Sepolcrale di Cartilius Poblicola
Sul fronte vi è un'iscrizione che attesta che la costruzione della tomba è stata un'opera finanziata con i soldi pubblici per Caio Cartilius Poplicola, che era stato per otto volte duumvir (magistrato della colonia) e tre volte Censor della città.


I  sedici fasci di canne raffigurati sui lati della scritta simboleggiano il numero di volte che Cartilius Poblicola è stato nominato sindaco, due fasci per ogni elezione.

fregio del Monumento Sepolcrale di Cartilius Poblicola
Sul fregio sopra la scritta è raffigurata una scena di guerra: soldati ostiensi, guidati da Cartilius Poblicola, sembrano difendersi da un attacco navale, forse quello di Sesto Pompeo del 39 a.C.

Il coronamento finale del monumento sul fianco sud era decorato con un rostro di nave.
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Sulla sinistra della via si costeggia un edificio con botteghe di epoca adrianea, preceduto da un portico in mattoni.

Procedendo oltre, all'angolo tra Via di Cartilius Poblicola e Via della Marciana, vi è un caseggiato con negozi che si affacciano su entrambe le strade. A questo edificio appartengono le piccole terme in fase di scavo.

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Le Terme di Porta Marina o Terme della Marciana.
Per grandezza sono queste il terzo complesso termale di Ostia.

Queste Terme, che si trovavano a poche decine di metri dal mare lungo la Via Severiana, furono edificate nel II secolo d.C. sotto Traiano, forse dalla famiglia imperiale.

Il ritrovamento della testa di Marciana, sorella di Traiano, ha dato il secondo nome a questo impianto termale, che fu restaurato nel VI secolo d.C. ed stato usato almeno fino a quell'epoca.

testa di Marciana (dalle Terme di Marciana - Museo Ostiense)
Una grande palestra porticata su tre lati si trovava ad un piano inferiore rispetto al resto delle Terme.

palestra delle Terme della Marciana
Un ambiente con mosaico geometrico a tessere bianche e nere introduceva in un ambiente di passaggio verso un apodytherium.

mosaico geometrico di un ambiente delle terme
ambiente di passaggio per l'apodytherium con mosaico bianco
Un apodytherium (spogliatoio) presenta un mosaico del III secolo d.C. dove sono  raffigurati atleti che circondano una tavola con i premi per le gare.

mosaico nell'apodytherium con due pugili e un giudice in primo piano
mosaico nell'apodytherium con discobolo e trombettiere (con corona e strumento vinti in una gara musicale)
mosaico nell'apodytherium con lottatori
mosaico nell'apodytherium con atleta con strigile
mosaico nell'apodytherium con atleta con pesi (usati per il salto in lungo o per allenarsi)
mosaico nell'apodytherium con pugile, giudice ed erma
mosaico nell'apodytherium con atleta con due strigili e un vaso per l'olio
Il frigidarium ha un mosaico pavimentale del IV/V secolo d.C. a tessere policrome.

frigidarium visto da sud
Nella zona meridionale vi sono due grandi vasche, mentre in quella settentrionale vi è  una grande piscina absidata aggiunta nel III secolo d.C. 

una vasca del frigidarium
piscina absidata del frgidarium e pilastri che reggevano la volta
Alti pilastri in laterizio sorreggevano la volta.

Due ambienti del lato orientale hanno un mosaico del III secolo d.C. con scene marine e soggetti ittici.

ambiente orientale delle terme
Gli ambienti riscaldati, un calidarium e due tepidaria absidate, sono posizionati nella zona meridionale.

 
zona meridionale delle terme con camere riscaldate (l'abside appartiene ad un tepidarium)


Alle spalle di queste grandi Terme fu costruito nel IV secolo d.C. sulla Via Severiana un piccolo impianto termale.

piccolo impianto termale a sud delle Terme di Porta Marina
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Percorrendo dalle Terme di Porta Marina quel che resta della Via Severiana, si giunge a visitare la Sinagoga.




I resti della sinagoga sono stati portati alla luce nel 1961 durante la costruzione della strada tra Roma e l'aeroporto di Fiumicino. Gli scavi del sito proseguirono dal 1961 al 1977 sotto la direzione di Maria Floriani Squarciapino, Soprintendente della Soprintendenza Archeologica di Ostia dal 1966 al 1974.

La sinagoga si estende su 850 metri quadri e contiene vari locali con diverse funzioni: dalla cottura del pane azzimo, al lavacro in vista del seppellimento, alla sala di riunione per le preghiere.

Orientata verso est (verso Gerusalemme), dove si trova anche l’ingresso. Da un vestibolo circondato da colonne di marmo si accede all’Aula, a destra del vestibolo c’è una stanza con un bacino che probabilmente serviva per le abluzioni, a sinistra dell’ingresso dell’aula si trova il particolare armadio in cui erano custoditi i rotoli della Torah. Davanti alla parete posteriore curvata dell’aula c’è un podio per la lettura della Torah ad alta voce.

Nella cucina si trovano resti di un tavolo di marmo e il forno per la preparazione del pane azzimo. I pavimenti sono decorati con mosaici geometrici in bianco e nero.

Sinagoga
Sinagoga (vista da est)
Questo luogo di culto fu costruito tra l'antica spiaggia e la Via Severiana nel I secolo d.C., e venne più volte modificato fino al V secolo d.C.

La Sinagoga è orientata verso Gerusalemme (est-sud-est).

Si accedeva dalla Via Severiana tramite un portico con due gradini che scendevano nel corridoio, dove vi era un pozzo.

ingresso sulla Via Severiana e corridoio con pozzo
Sul lato ovest del corridoio si trovavano tre ambienti.

ambienti che si aprivano sul corridoio
Il primo ambiente era un basso bacino (identificabile come un bagno rituale, miqwé).

mosaico di un ambiente della Sinagoga
Tramite due gradini il secondo accesso del corridoio era un nartece con pavimentazione a mosaico, che precedeva un ambiente con quattro colonne di marmo negli angoli.

nartece e ambiente di passaggio con colonne
L'ambiente colonnato di passaggio introduceva a sua volta in una grande aula rettangolare con lato di fondo curvo.

grande aula della Sinagoga
lato curvo della grande aula della Sinagoga con il podio sul fondo
L'aula era illuminata da alte finestre ed il pavimento era rivestito in marmo policromo.

nodo di Salomone rappresentato nel pavimento della grande aula della Sinagoga


Davanti alla parete arrotondata vi era un podio (bema tevah), sul quale venivano letti i rotoli della Legge (la Torah, i primi cinque libri del Vecchio Testamento).

Nella grande aula era presente un'edicola absidata con due colonnine che sorreggevano mensole riproducenti candelabri a sette braccia (menorah), il corno di montone (shofar), il cedro (etrog) e un fascio formato da tre specie vegetali (lulav).





(aron ha-qodesh)


edicola per custodire la Torah



Le mensole sorreggevano la copertura dell'edicola.
La fronte del podio dell'edicola era ricoperta in opus sectile.
I capitelli delle colonnine sono del II secolo d.C., mentre l'edicola fu costruita tra il III e il IV secolo d.C.

In questa edicola era posto l'armadio che custodita la Torah.
 
Nella parte meridionale dell'edificio vi era un grande ambiente con panchine che correvano lungo due delle sue pareti, usato probabilmente per le riunioni.

Vi erano anche ambienti funzionali: una cucina con tavolo e forno, dove si preparava il pane azzimo.

Sopra e nel pavimento a mosaico bianco e nero della cucina vi erano anfore dove venivano conservati l'olio e il vino.

ambienti funzionali della Sinagoga
cucina con il forno sulla sinistra
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Ad ovest della Sinagoga si trova un piccolo Ninfeo del II secolo d.C.

ninfeo
Il piccolo edificio è costituito da un vestibolo con due colonne, una ambiente con scale e nicchie che poteva essere una cisterna e una camera con una nicchia affiancata da piccoli gradini, che costituisce il ninfeo vero e proprio.

vestibolo del ninfeo
ambiente con scale del ninfeo
ninfeo
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Tornando indietro verso il Decumano Massimo, dall'altro lato della Via Severiana rispetto alla Sinagoga, si trovano le cosiddette Terme di Musiciolus.

Le terme sono state istallate in un secondo tempo in un edificio costruito durante varie epoche (antonina, severiana e IV secolo d.C.).
I suoi mosaici sono del IV secolo d.C. Dalla hall d'ingresso decorata con due colonne si passava al frigidarium con due vasche e con mosaici, uno in bianco e nero e uno policromo con pesci ed eroti a cavallo di delfini. 

  
Terme di Musiciosus
camere riscaldate viste dalla Via Severiana


Via Severiana
 
La sinagoga di Ostia 
fu rinvenuta nel 1961 durante i lavori di costruzione della strada diretta all'aeroporto di Fiumicino: in assenza di testimonianze storiche, è un'eloquente testimonianza della presenza ebraica all'interno del contesto multi-etnico e quindi multi-religioso della città. Essa rappresenta una delle più antiche testimonianze archeologiche dell'ebraismo della diaspora (è posteriore solo a quella di Delo, del I. sec. a.C.) e molte sue caratteristiche tipologiche si possono accostare ad altre sinagoghe dell'antichità. 

 La Sinagoga di Ostia antica "forse" risale con molta probabilità ad ancor prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. Si tratta senz’altro di una delle più antiche testimonianze archeologiche dell’ebraismo della diaspora (è posteriore solo a quella di Delo, del I. sec. a.C.) ed è un esempio di bene storico ben conservato.

Ubicato in prossimità dell'antica linea di costa, lungo quella che poi sarà l'antica via Severiana, l'edificio presenta una tecnica edilizia che a Ostia è ampiamente utilizzata nella seconda metà del I secolo d.C. 

La sinagoga, dunque, sorgeva quasi in riva al mare, fuori dalla porta cittadina: una posizione che sembrerebbe molto decentrata, che si spiega con il voler comunque mantenere la propria identità religiosa ben distinta dalla serie di culti che si svolgevano in città e ai quali erano dedicati tanti, tantissimi luoghi, sacelli, templi e aree sacre, in funzione delle singole specificità delle divinità in questione

Inoltre, per gli Ebrei le spiagge del Mediterraneo erano considerate luoghi puri per fare abluzioni rituali. 

L’edificio di culto era orientato in direzione Est/Sud-Est: ovvero in direzione di Gerusalemme.

Anche se oggi i resti della sinagoga di Ostia si ergono “nel nulla”, ovvero in fondo ad un’ampia zona di prato, in realtà in antico, l’edificio sorgeva lungo la Via Severiana (si conserva una porzione del basolato stradale), sul lato sud, in prossimità dell’antica linea di costa: il territorio era molto diverso allora da oggi, basti pensare che tutta l’area oggi occupata da Ostia Lido, la città moderna, in età romana era occupata dal mare. Basti pensare che il monumento noto come Tor Boacciana, oggi sul corso del Tevere, è una torre quattrocentesca che si imposta, però, sul faro posto alla foce del Tevere in età traianea. La linea di costa è avanzata molto negli ultimi 2000 anni e il cambiamento del corso del Tevere a metà del XVI secolo a seguito di un’alluvione proprio nel tratto presso Ostia antica ha fatto il resto.

sinagoga
Planimetria della sinagoga di ostia. Credits: Ostia-antica.org

La struttura risale alla metà del I secolo d.C. ed ebbe un grosso rifacimento nel IV secolo d.C., probabilmente a seguito del terremoto che colpì Ostia verso la fine del III secolo.

Un’iscrizione in greco, rinvenuta nell’edificio, ricorda un tal Mindus Faustos che a sue spese nella II metà del II secolo d.C. procurò alla sinagoga il contenitore adatto a contenere i rotoli della Torah.

Fu edificato probabilmente a seguito della costruzione del porto voluto dall'imperatore Claudio (41-54) che portò all'incremento del volume dei traffici commerciali della città e ad un conseguente aumento della popolazione - anche ebraica - ivi residente. Di questa prima fase edilizia rimangono parti del muro perimetrale e altri muri che permettono di delineare le dimensioni più contenute dell'edificio: la sala centrale era più piccola ma già con il propileo monumentale e le tre entrate sulla fronte. la parte frontale con la stanzetta attigua dovevano formare un unico vano, forse con le stesse funzioni della più tarda stanza coi banconi.
 
Subì delle modifiche e qualche ingrandimento durante i due secoli successivi, per poi arrivare ad una più ampia ristrutturazione all'inizio del IV; i segni del suo abbandono sono da datare nel corso del V secolo.

Il monumento pervenutoci è costituito da una serie di ambienti disposti in direzione est-ovest su un'area di m. 23,5x36,6 affacciati su un corridoio, perpendicolarmente alla strada da cui si accede.

Originariamente la sinagoga era costituita da una grande aula rettangolare e con il lato breve di fondo incurvato, preceduta da un ingresso reso monumentale con quattro colonne poste come passaggio intermedio tra l'ambiente rettangolare (vestibolo), posto trasversalmente all'aula, e la stessa.

Intorno ai tre muri erano disposte delle panche e, sul lato di fondo, era sistemata anche la tevà, cioè il pulpito dal quale si recitano le preghiere.

Questa sistemazione vide una trasformazione, forse nella seconda metà del II secolo, con la creazione di tramezzi che dovettero cambiare la destinazione d'uso del vestibolo. Anche la creazione di un basso bacino impermeabile, da mettere in relazione col vicino pozzo con cisterna, è da considerarsi il luogo per il bagno o per le abluzioni e/o per le aspersioni rituali (miqwé).
   
In tal senso queste strutture idrauliche non dovevano essere in contrasto con la vicina presenza del mare sono, forse, testimonianza dell'introduzione di differenti rituali.

Gli ambienti della sinagoga oggi visibili rispecchiano, però, le trasformazioni dell'edificio avvenute nel IV secolo quando il complesso fu ingrandito mediante la creazione di una nuova sorta d'ingresso a corridoio, con accesso a gomito e con la chiusura dello spazio tra l'edificio principale e l'edificio di abitazione posto a ovest, creando un ulteriore vasto ambiente con banconi alle pareti. 

In uno degli spazi del vestibolo originario si creò una cucina con forno e con i recipienti per le derrate alimentari interrati, mentre all'interno dell'aula fu costruita un'edicola che costituisce il deposito dei rotoli della Legge (Torà) detta in ebraico Aron ha-qodesh, ed è costituita da un muro semicircolare preceduto da due colonnine con le mensole che sorreggevano la trabeazione decorate con una menorà (candelabro a sette bracci) affiancata da uno shofar (corno di montone) e da un lu/av con etrog (fascio di tre specie vegetali accompagnato da un cedro). Le pareti sono rifinite con un paramento a lastre marmoree colorate.
 
Questa nuova sistemazione dell'area conferma quanto noto dalle fonti, cioè che le sinagoghe servissero anche da ostello per viaggiatori e mercanti ebrei, come anche attestato, che gli officianti del culto potessero risiedere all'interno di esse. Nel caso di Ostia, è stato recentemente proposto che questi ultimi potessero risiedere nell'edificio posto ad ovest della sinagoga. Le strutture, ancora parzialmente visibili, testimoniano che anche questo edificio subì le stesse vicende edilizie della sinagoga ed, in particolare, che l'ambiente meridionale è stato trasformato in ninfeo.

Ebrei a Ostia
Il mondo antico era piuttosto fluido. In una città come Roma, capitale dell’Impero, e a maggior ragione a Ostia, porto della capitale dell’Impero, giravano e vivevano persone e gruppi appartenenti alle diverse etnie gravitanti sul bacino del Mediterraneo. Ognuna con le sue usanze, con le sue tradizioni, con la sua religione. Dunque, la presenza ebraica qui non deve stupire, ma anzi deve considerarsi del tutto naturale. Ostia era per sua natura accogliente, la città era frequentata da genti dalle più diverse etnie: è l’epigrafia che ci rivela, attraverso i nomi e l’occupazione delle persone, l’origine e gli incarichi che ricoprivano. Così, scopriamo che a Ostia doveva esserci una comunità ebraica abbastanza nutrita.

Il I secolo d.C. fu un secolo piuttosto complesso per gli Ebrei: negli anni 66-70, infatti, si svolse la Prima Guerra Giudaica. Essa fu il punto di arrivo di un lungo periodo di movimenti, di opposizioni, di resistenza armata all’occupazione romana che culminò negli anni ’60 del I secolo, con una serie di ribellioni al dominatore, nella figura del governatore Gessio Floro, il quale aveva pretestuosamente provocato gli animi con una serie di azioni violente e provocatorie.

La guerra scoppiò quando, nel 66 d.C., gli Ebrei rivoltosi occuparono la fortezza di Masada. Tutta la vicenda è narrata dallo storico Giuseppe Flavio, nato come Giuseppe Ben Mattia, di nobile famiglia ebraica e tra i capi militari della rivolta, che però si consegnò ai Romani all’indomani della sconfitta di Iotopata (66 d.C.). Egli, dopo aver predetto a Tito Flavio Vespasiano, all’epoca comandante delle truppe, che sarebbe divenuto imperatore, fu liberato e prese il nome di Giuseppe Flavio, legandosi così alla famiglia imperiale.

Il trionfo di Tito, con la menorah portata in trionfo come bottino di guerra (credits: romainteractive.com)

La I Guerra Giudaica si concluse nel 70 d.C. nel modo peggiore e definitivo per il popolo ebraico: la distruzione del tempio di Gerusalemme. In quel momento inizia quel fenomeno storico noto come la “diaspora degli Ebrei”. Per i Romani una vittoria come un’altra, da celebrare con un trionfo (quello rappresentato nel fornice dell’Arco di Tito sulla via Sacra di accesso al Foro Romano), per gli Ebrei fu invece un momento epocale perché, distrutto il tempio di Gerusalemme, privi del loro vero e unico punto di riferimento nazionale, si spostarono in tutto il bacino del Mediterraneo e in Europa, insediandosi in gruppi che mantennero sempre una loro identità etnica e soprattutto religiosa.

STORIA DELLE SINAGOGHE
La sinagoga (dal greco: "luogo in cui si sta insieme") rappresenta l'edificio comunitario più importante dell'ebraismo fin dalla distruzione del II Tempio di Gerusalemme avvenuta sotto Tito nel 70 d.C., ma è opinione comune che le sue origini risalgano all'esilio in Babilonia, successivo alla distruzione del I Tempio (Nabucodonosor, 586 a.C.) ed è indubbia la sua diffusione dopo il ritorno in Israele (538 aC.).

Dopo la sua definitiva distruzione, il Santuario di Gerusalemme rimase nel ricordo del popolo ebraico come simbolo della perduta identità nazionale, molte delle sue funzioni vennero trasferite alla sinagoga e altre furono espressamente vietate (il sacrificio, ad esempio, che fu sostituito con la preghiera). Dal I secolo della nostra era, pertanto, la sinagoga si confermò il centro della vita quotidiana degli Ebrei come luogo di culto, di lettura, di studio e insegnamento della Torà.

Il Tempio di Gerusalemme non è stato più ricostruito, ma in ogni località di insediamento ebraico venne costruita almeno una sinagoga.
 
L'architettura delle sinagoghe è influenzata principalmente dal contesto socioculturale in cui esse vengono innalzate. Non esistono particolari prescrizioni che ne determinino l'aspetto esteriore mentre, per l'interno, esse sono soggette ad alcune regole dettate dai rabbini nel corso dei secoli. Ciò nonostante alcune costanti rivelano orientamenti alquanto simili nelle varie comunità diasporiche.

Numerose fonti antiche testimoniano l'importanza dell'acqua per i bagni o per abluzioni rituali da effettuarsi prima di alcuni atti liturgici ma è ovvio che non sempre fosse possibile costruire sinagoghe in vicinanza di una fonte d'acqua naturale (mare, fiume, pozzo) e si ovviò con l'inserimento di cisterne e bacini, peraltro utilizzabili anche per altri scopi, presso l'ingresso degli edifici stessi.

Dall'osservazione delle prime sinagoghe pervenuteci si è notato che molte presentano l'ingresso orientato verso Gerusalemme (a Est, per l'area mediterranea) anche se quest'uso sembra essere stato abbandonato nel momento in cui l'arca contenente la Torà, un tempo portatile, venne fissata proprio sul muro orientale. 

E' anche prescritto di far precedere l'ingresso da uno spazio (atrio, porticato o quant'altro) per creare una sorta di stanza di compensazione tra la realtà quotidiana e il mondo sacro. Pertanto, i rabbini ritennero che fosse meglio entrare avvicinandosi all'arca con un segno di rispetto verso di essa non direttamente, ma con un percorso di avvicinamento graduale.
   
Altra caratteristica generale da notare è quella per cui, basandosi sulla pratica di Daniele di pregare guardando Gerusalemme dalla finestra (Dan. 6,11), sia stato stabilito che le sinagoghe dovessero avere delle finestre; successivamente si è raccomandato di costruirle nel punto più alto possibile per sovrastare le case circostanti nonché per facilitare la visione del cielo, fonte di ispirazione per i fedeli.

Gli oggetti più sacri, all'interno di una sinagoga, sono i rotoli della Legge che vengono conservati all'interno dell'arca santa, nascosta dietro ad una tenda e davanti alla quale arde un lume perenne. Questa sistemazione ricorda quella del Santuario laddove una cortina celava il Sancta Sanctorum nel quale solo i sacerdoti potevano entrare. Sebbene in misura minore rispetto al Tempio, la sinagoga ne condivide il carattere sacro in quanto suo sostituto simbolico; al suo interno gli oggetti rituali e lo spazio stesso aumentano la loro valenza sacrale quanto più sono vicini all'arca e ai rotoli della Torà. 

Al centro dell'aula o davanti all'arca, a seconda delle varie tradizioni, è disposta la piattaforma sopraelevata per la lettura. 

La zona per le donne è disposta separatamente.

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